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LETTURE/ Quel "peso" del cuore che non ci lascia mai tranquilli

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«Ma ora qui che aspetto, e la mia vita
perché non vive, perché non avviene?»

 

Carlo Michelstaedter, il genio goriziano entrato un centinaio di anni fa nella storia letteraria con una folgorante tesi di laurea intitolata La persuasione e la rettorica, non aveva dubbi: la vita è qualcosa che, se «non avviene», «non vive». Ossia manca di sé: paradossalmente, «la sua vita è questa mancanza della sua vita».

«Guardo e chiedo la vita». E invece ci ritroviamo appesi a qualcosa che non possediamo e per cui «non possediamo mai la nostra vita»: «So che voglio e non ho cosa io voglia». È un’incertezza che si documenta esistenzialmente come «peso»: «lo vogliamo soddisfare: lo liberiamo dalla sua dipendenza; lo lasciamo andare» dovunque, «ma in nessun punto raggiunto fermarsi lo accontenta». Anzi, «ogni volta fatto presente, ogni punto gli sarà fatto vuoto d’ogni attrattiva», tanto che sempre, nell’uomo cosciente, si insinua quel «sordo continuo misurato dolore che stilla sotto a tutte le cose».

C’è qualcuno così coraggioso da guardare in faccia tale peso che lo addolora? «Nei terrori della notte e della solitudine ognuno lo prova, ma nessuno lo confessa, che alla luce del giorno si dice contento e sufficiente e soddisfatto di sé». Lo sperimentiamo tutti «quando è fatto manifesto nei fatti singoli»: solo che lo riduciamo a «una cosa determinata», alla «definita e limitata» circostanza che contestiamo, mentre esso rivela «il cruccio infinito che rode il cuore», «è il mistero che apre la porta della tranquilla stanza chiara».

Certo, conosciamo vari stratagemmi per chiudere la porta e soffocare «l’onestà di sentirsi sempre insufficiente»: «gli uomini, che nella solitudine del loro animo vuoto si sentono mancare», poi «si stordiscono l’un l’altro». E meglio di tutti lo sanno fare quelli che prendono l’«inconfessato tormento» e ci parlano sopra: «di parole nutrono la loro noia, di parole si fanno un empiastro al dolore». Ci si sfoga, ci si confida, «ci si racconsola, – ci si distrae; – e poi si ricomincia – sempre avanti»: «così fiorisce la rettorica accanto alla vita».

Esistono però anche parole vere, quelle che costano sangue: «quanto uno vuol camminar sulle sue gambe, tanto deve sanguinar le sue parole». Per cercare di afferrare la vita, cioè la mancanza della vita: «Mancar di tutto sì e tutto desiderare – questa è la vita», scrive Michelstaedter nel Dialogo della salute. Perché «la vita è il bisogno», è «bisognosa di tutto». E ben venga questo bisogno, perché significa che la realtà continuiamo a sentirla promettente:

«Ai bisogni corrispondono le promesse della realtà come valori. (Chi non ha più bisogni – non ha più valori – non ha più realtà – non ha coscienza – non parla né di vita né di morte – ma muore senza accorgersi). –

Fino a che uno vive: vuole la felicità, postula un valore per il quale gli valga vivere. Egli chiede la subordinazione dei valori della vita a un valore più grande».



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