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IL CASO/ "Essere madri rende stupide". L'Italia cosa risponde?

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In Why have kids? l’autrice inveisce più volte contro la maternità, descritta come una fiaba inculcata per secoli nella mentalità femminile americana: «Lungi dall’essere il mestiere più difficile e soddisfacente del mondo, è un ruolo maledettamente deprimente», tanto che «le donne intelligenti farebbero meglio a non fare figli». Le parole della scrittrice sembrano un lamento più che una digressione accademica, una provocazione così capricciosa da squadrare i figli con insofferenza, e  sorprende anche leggere che Jessica Valenti è madre di una bambina di due anni. Ma la sua prima preoccupazione non è discriminare le donne stupide, come frainteso da alcuni giornali italiani. L’autrice americana è più fine: vuole convincere le giovani donne, così chiama a sé quelle intelligenti e sposta una battaglia di opinione sul piano del quoziente intellettivo, sapendo che poche si metterebbero dalla parte opposta.

Nel saggio la dinamica della famiglia si semplifica un po’ troppo: se l’effetto sono genitori “meno felici e più depressi”, la causa è il figlio. Forse per trovare un motivo più convincente occorre spostare l’attenzione più in là, verso il tessuto sociale sempre più diviso da una crisi globale – di ideali prima che di economia –, che in questi anni travolge un mondo tentato da un vero e proprio “consumismo dei fini”. Ma in Inghilterra succede che, dopo tanti anni spesi per il successo e la carriera, le donne riscoprano il desiderio della maternità. È stato così per Liz Jones, la stella del giornalismo britannico che ha riportato la sua storia sul Daily Mail – raccontata sul Foglio da Annalena Benini –: «Volevo una carriera, la libertà, una casa carina e restare magra. Come femminista, guardavo dall’alto in basso le mamme». Poi, quando a cinquant’anni si è guardata alle spalle, per Liz Jones restare incinta è diventato tutto e la giornalista si è trasformata in una ladra di preservativi usati. In una corsa segreta verso un figlio, la maternità è diventata un’ossessione, una perversione che ha disperato i suoi giorni, tanto da spingere la cronista britannica a pubblicare le sue lacrime di rabbia. Nel nostro paese, invece, avere figli si è trasformato in un rompicapo da analizzare e risolvere e la prole appare ormai come un peso sociale da scaricare.

Secondo l’analisi sociologica di Jessica Valenti, se la maternità è sentita dal mondo femminile americano come un’imposizione culturale e la famiglia come una gabbia, la colpa è dei figli. E non sorge il dubbio che il problema sia anche il pensiero femminista americano, che per anni ha inseguito miti come Linda Gordon, secondo cui «la famiglia nucleare dev’essere distrutta” e “qualunque sia il significato finale, lo sfascio delle famiglie è adesso un processo obiettivamente rivoluzionario».

 



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COMMENTI
25/09/2012 - Io rispondo così (claudia mazzola)

Ho 48 anni e non sono mamma, purtroppo. E comunque ero stupida prima e lo sono ancora!

 
25/09/2012 - essere madri (maria gonano)

Date troppa importanza a queste fesserie. Bastano due righe e una stroncatura. Non stiamo a perdere tempo. Leo Aletti

RISPOSTA:

Signor Aletti, non bastano poche righe neanche per risponderle in modo esaustivo, ma faccio un tentativo. Quando si scrive della vita dell'uomo è meglio evitare le stroncature: per tanti anni sulla vita si è scelta la battaglia frontale senza mezzi termini, ma forse i risultati - e il clima che si respira a Milano - suggeriscono di esercitare anche una critica argomentata, piuttosto che reazioni istintive. Se per lei il saggio di Jessica Valenti non vale un soldo, si può anche essere d'accordo. Ma se ritiene che le sue tesi non siano seducenti, purtroppo è sufficiente guardare la polemica scoppiata negli States. E quando si entra nel merito, è bene investire un po' d'inchiostro. LM

 
25/09/2012 - essere madre è un problema? (Claudio Baleani)

Davanti a una bella montagna, davanti al desiderio sessuale e di amore, davanti all’attraente promessa dell’altro sesso, per noi di questa epoca bigotta si apre un dramma. Il problema è che non sappiamo che cosa fare. E non sappiamo che cosa fare perché pensiamo di dover fare qualche cosa. Siccome la vita non l’abbiamo fatta noi, basterebbe assecondarla per ammettere che: sono cose belle che ci arrivano in modo provvidenziale; per quanto belle, non possono bastare per essere felici; negarle, attutirne il valore, astenersene o “regolamentarle” è una violenta e insensata immoralità a cui il nostro corpo si ribella facendo esplodere il desiderio in sogni e deliri. Per tutti questi motivi anche una cosa tanto normale come diventare madri diventa un problema: diventiamo un somaro che, avendo percepito un destino magro e la fine della strada, si impunta e non vuole più andare avanti. Noi, come anche le femministe americane, andiamo compatiti, non criticati.

 
25/09/2012 - Povera madre (Daniele Scrignaro)

… di Jessica Valenti, guardando una figlia così in effetti è comprensibile che le venga da pensare che la madre «è un ruolo maledettamente deprimente». Già qui un fuori pista rivelatore, cioè che la madre sia un “ruolo” e non un “essere” – che è ancora di più che “vocazione”, perché è scritto addirittura nel Dna, non c’è manco bisogno di ascoltare e rispondere –, la donna “è” madre (come l’uomo è padre) oppure “non è”. Madre, magari non biologicamente, per vocazione o per limite. Non per niente Anjeza Gonxha Bojaxhiu è Madre Teresa, ma qui si apre il tema di “madre” è “vergine”, che andrebbe «più in là». Un a-fondo della questione lo ricorda Charles Peguy: «Chi ama viene a dipendere da chi è amato; quale nobile umiltà. Non comanda, domanda, attende, spera, riprende dolcemente, prega. Quale umiltà tutta vestita di nobiltà» (“Il mistero dei santi innocenti”). Privarsi di una esperienza e coscienza così, questo sì “è deprimente”. Grazie degli articoli che ri-centrano la questione.