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MIGUEL MANARA/ Dall'abisso alla Giustizia che non è di questo mondo

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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare; immagine d'archivio)  Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare; immagine d'archivio)

Si rende conto di essere molto cambiato dal giorno del primo incontro con Girolama alla Chiesa della Caridad la domenica delle Palme. Nel contempo, è convinto che non ci sia alcun rimedio a quanto ha compiuto e alla tristezza del suo cuore. Girolama, però, ancora una volta lo sorprende, abbracciando tutta la sua umanità anche nella miseria e dimostrando una capacità di perdono totale quando, pur non relativizzando le sue colpe, sa inserirle in una prospettiva in cui la colpa è anche delle donne che sono state con lui, senza legame: «Tutte queste donne sapevano di fare il male amandovi, e anche permettendovi di amarle. Perché nessuna di loro aveva ricevuto da voi il giuramento, il grande giuramento per l’eternità, don Miguel; perché nessuna di loro aveva ricevuto da voi l’anello, l’anello che unisce per sempre l’anima all’anima, don Miguel». L’incontro ci fa vedere meglio, ci fa sentire «in una bella camera in cui ogni cosa è immersa nella musica discreta della luce», illumina il nostro cuore e lo trasforma in luogo di pace. Don Miguel si conosce meglio tanto che esclama: «Che ho fatto della mia vita, che ho fatto del mio cuore? Perché non ho appreso prima di avere un’anima buona! Mi perdonerete?». Miguel comprende che è nato per il bene, nonostante i suoi errori e i suoi sbagli. Così, i due si promettono per l’eternità davanti agli uomini e a Dio. Si sposano. Don Miguel è convinto di avere trovato l’amore.

Nel terzo quadro una volta ancora l’imprevisto entra in scena e scompagina i piani. Girolama, sedicenne, muore, pochi mesi dopo il matrimonio. Nella sofferenza di Don Miguel si ricompie il sacrificio carnale di Cristo.

Nel quarto quadro Don Miguel consumato dall’«amore dell’eterno» si reca presso il convento della Caridad; all’abate che lo riceve rivela che sta cercando l’umiltà del cuore e l’amore del reale e confessa tutte le sue colpe. Ricorda la sua storia e l’incontro con Girolama. Fa memoria di lei. Questo è l’atteggiamento davvero morale: far memoria della bellezza e della verità che si sono incontrati, non seguire dei precetti, ma seguire una persona. L’abate, invece di rimproverarlo, lo abbraccia in maniera misericordiosa, con una tenerezza che va fino in fondo al suo dolore. Così, gli ripete più volte che l’importante non è il male compiuto, ma il fatto che ora lui sia lì, contrito. 

L’abate gli legge il cuore, «libro chiuso», prima che Miguel glielo manifesti, e lo invita alla pazienza: «L’amore e la precipitazione non vanno d’accordo, Mañara. È dalla pazienza che si misura l’amore. Un passo uguale e sicuro: è questa l’andatura dell’amore, che cammini fra due siepi di gelsomino, al braccio di una fanciulla, o da solo tra due file di tombe. Pazienza. Non siete venuto, qui, signore, per essere torturato. La vita è lunga qui. Occorre un’infanzia e un’educazione, una giovinezza e un insegnamento, una maturità curiosa del giusto peso delle cose e una lenta vecchiaia innamorata della tomba». Dal male può sorgere il bene, dagli abissi delle tenebre si può risalire alla luce. Allora Don Miguel prorompe in un inno alla bellezza e all’Amore: «Voglio lodare la bellezza perché è da essa che nasce il Dolore, il diletto del Diletto. Il tuo grande amore mi brucia il cuore, il tuo grande amore – mia sola certezza. O lacrime! O fame d’eternità! O gioia! Ahimè! Perdona! Ahimè! Amami!».



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