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MIGUEL MANARA/ Dall'abisso alla Giustizia che non è di questo mondo

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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare; immagine d'archivio)  Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare; immagine d'archivio)

Nel Novecento Oscar Vladislav de L. Milosz, autore lituano (1877-1939), ci presenta un Don Giovanni diverso da quello della tradizione. La storia da lui raccontataci parte, infatti, laddove autori come Tirso da Molina, Molière, Lorenzo da Ponte, Hoffmann l’avevano lasciata. Divisa in quadri, che hanno la funzione di atti, come a voler riprendere le sacre rappresentazioni medioevali, l’opera teatrale Miguel Mañara presenta i momenti salienti della vita del protagonista, realmente vissuto nella Siviglia del Seicento.

Nel primo quadro Miguel Mañara appare lacerato, quasi sfinito dal desiderio di felicità infinito che lo contraddistingue. Di fronte agli amici che lo invidiano o ammirano per il successo con le donne egli manifesta tutta la sua insoddisfazione e la sua tristezza: nel passaggio da una donna all’altra Don Giovanni cerca una felicità infinita, l’amore assoluto. Il protagonista, nella sua licenziosità scevra di ogni morale e di ogni senso di responsabilità, riacquista, così, una sua fisionomia umana, perché si riappropria di un cuore che gli altri Don Giovanni sembravano aver perso. Anche nell’intorpidimento dei sensi e nel calcolo egoistico egli è pur mosso da quel desiderio di infinito che è legge dell’animo umano. 

Immorale, libertino, sfrontato, Miguel Mañara ha attraversato l’universo dei piaceri e ne è ben cosciente: «Ho trascinato l’Amore nel piacere, e nel fango, e nella morte; fui traditore, bestemmiatore, carnefice; ho compiuto tutto quello che può fare un povero diavolo d’uomo, e vedete». Ora, prova un peso, un certo disgusto per le sue malefatte e per l’ebbrezza di piaceri che lascia un vuoto immenso: «Ho servito Venere con rabbia, poi con malizia e disgusto. Oggi le torcerei il collo sbadigliando… Ho sofferto, sofferto molto. L’angoscia mi ha fatto cenno, la gelosia mi ha parlato all’orecchio, la pietà mi ha preso alla gola. Anzi, furono questi i meno bugiardi dei miei piaceri». Miguel Mañara riacquista dignità proprio nella consapevolezza della sua miseria e, al contempo, della vertigine dell’«abisso di vita» che lui percepisce: «Come colmarlo, quest’abisso di vita? Che fare? Perché il desiderio è sempre lì, più forte, più folle che mai. È come un incendio marino che avventi la sua fiamma nel più profondo del nero nulla universale! È un desiderio di colmare le infinite possibilità!». 

Anche a Miguel Mañara accade di incontrare un volto diverso dagli altri, che colpisce per la semplicità del cuore e per la letizia: è quello di Girolama Carillo. Siamo nel secondo quadro, ambientato tre mesi dopo il primo incontro tra la giovane sedicenne e il libertino trentenne. Il dialogo tra i due fa emergere la diversità del loro sguardo sulle cose e sulla realtà. A Miguel, che è colpito del fatto che la ragazza ami i fiori e non li usi per adornarsi, la giovane risponde: «Non colgo mai i fiori. Si può benissimo amare, in questo mondo in cui siamo, senza aver subito voglia di uccidere il proprio caro amore, o di imprigionarlo tra i vetri, oppure (come si fa con gli uccelli) in una gabbia in cui l’acqua non ha più sapore d’acqua e i semi d’estate non hanno più sapore di semi». Don Miguel è sorpreso di vedere così felice una sedicenne, che vive per la casa, il giardino, la lezione quotidiana e i poveri, che non trascura nessuno dei suoi doveri. 



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