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LETTURE/ La lezione di Chaim Potok: perché raccontiamo storie?

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New York, Usa (InfoPhoto)  New York, Usa (InfoPhoto)

Se seguiamo la vicenda  di Danny l’eletto (1967), una storia presentata attraverso lo sguardo e le parole dell’amico Reuwen, Potok mette in luce tutti i caratteri dell’uomo, il potente valore dell’amicizia, passata attraverso la ferita provocata nella partita di baseball che dà inizio al romanzo, il valore della sofferenza come chiave per comprendere il senso del mondo e la storia degli uomini (un sentimento, la compassione e la tragedia dell’io che troverà forma nella figura del giovane Asher Lev, il pittore che trasgredendo le leggi del rabbino rappresenta nella Crocefissione di Cristo la tragedia della madre e del suo popolo); e il grande valore del silenzio, perché attraverso la figura del padre (che non parla al figlio per educarlo al valore della giustizia-compassione) Danny apprende ad ascoltare il mondo e apprende proprio attraverso la ferita all’occhio a vedere la realtà e se stesso in modo nuovo, al di là della superficiale apparenza.

Proprio in tali particolari si rivela il valore metaforico della narrativa di Potok, quasi eco del famoso episodio biblico del sacrificio di Isacco: nella narrazione biblica, come notava ancora Auerbach e come scrive il grande romanziere ebraico Aaron Appelfeld, "è il silenzio più che le parole ciò che caratterizza quel momento" in cui misteriosamente Dio mette alla prova Abramo. "Ogni volta che ci troviamo davanti all’abisso la parola ammutolisce", prosegue Appelfeld, "il non detto è qui molto di più di ciò che è detto". Ma cosa si dice in questo romanzo di così personale che (come negli altri) va al di là di un pura rappresentazione da Bildungroman (ma, forse per questo, lo riscopre profondamente)? Che l’uomo è rapporto con un Tu che lo chiama all’esistenza: Abramo, osserva Auerbach, risponde a Dio che lo chiama (perché si metta in marcia per sacrificare il figlio), "Tu mi vedi", cioè  l’io esiste come relazione, come dipendenza. 

E’, dunque, questa la cifra della narrativa di Potok, mettere in scena l’individuo, la nascita stessa dell’io così come si presenta prepotentemente nei momenti più significativi della vita di una persona, e vederne tutta la forza di "nuovo inizio", come direbbe Hannah Arendt, la forza di evento, di un protagonismo nuovo nella storia.



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