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LETTURE/ Bufalino e quel mistero che ci "spia" di continuo

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Misuriamo la pertinenza di questo corrispettivo tenendo presente che il malato, in Bufalino, è a preferenza un giovane, sorpreso e spiazzato nell’irruenza degli anni più vitali. L’agguato del bacillo non si lascia allora giustificare a partire dalla rassegnata contemplazione di un ciclo che deve compiersi, come per tutte le esistenze in rerum natura; all’esordiente prematuramente bloccato mentre provava i primi, esuberanti passi della sua carriera, una simile saggezza è del tutto estranea. Egli si trova nella tenaglia di un’antitesi non pacificabile, refrattaria a ogni composizione, di qua il sangue che urge, di là il virus che lo rode; i due termini, anzi, si compenetrano, come vuole la logica dell’ossimoro, come suggerisce la metafora del sangue malato che soffoca i febbricitanti tisici di Diceria. E non può scandalizzare che il protagonista di Argo il cieco, un trentenne che non ha mai avuto vent’anni, e li riguadagna “all’impensata, in regalo”, insomma un reduce anche lui da un prematuro alt, da un’indebita segregazione,  si trovi a provare meraviglia per il mondo e assillo per la sua precarietà, coniugando l’apertura della fanciullezza con la scontrosa diffidenza dell’età del declino. Di nuovo un ossimoro; in cui il polo disforico, o più precisamente problematico, non annienta quello opposto. “Ero un bambino vecchio allora, invecchiato dalla vita e dai libri, ma sempre bambino. Quanto può esserlo chi sulle cose spalanca, appena si sveglia, due pupille grandi che si sorprendono”. 

Se la vita è a tal punto minacciata, se così labile ogni suo attimo felice, può presentarsi come efficace risorsa la memoria, versatile, obbediente cinepresa in grado di restituire, a comando, quelle euforiche parentesi. Il protagonista di Diceria è un imbalsamatore di giorni privilegiati, che poi dissotterra per visitarli da turista, per recitarseli da cima a fondo, magari confidando, fra indignazione verso il Non Essere e timidezza nei confronti dell’Essere, in un miracoloso Bis, nel prodigio rassicurante del Riessere. Mette sull’avviso, peraltro, il titolo del secondo romanzo, nella sua ammiccante prolissità fuori moda,Argo il cieco, ovvero i sogni della memoria: mentre in Proust la memoria (involontaria) risarcisce i furti del tempo, in Bufalino essa si sforza di lenire l’ansia del Non Essere e dell’Essere, ma lo fa procurando un Riessere che in realtà è un sogno, una manipolazione, un equivoco interessato. “Ogni ricordo”, confessa lo scrittore, “in fondo, è una favola”. Troppo poco per l’enorme inquietudine attizzata dalla prossimità colla morte, dalla rinnovata ed esitante speranza di rivivere. 

Analoga fallacia insidia la scrittura, barocca attestazione di un’esuberanza di splendori, che però rischia e magari volutamente imbocca la deriva della menzogna, giovandosi fra l’altro di un’intertestualità arruolata nella costruzione dell’artificio. Barocco significa anche declamazione, illusionismo, trucco, apparato di cartapesta, come nel grande teatro seicentesco o, in misura più modesta e folklorica, nell’opera dei pupi. Un espediente, questo scialo retorico e iperletterario, questo lusso di finzioni, per lenire lo scompenso che preme: “Il mio scopo, scrivendo, era […] vincere l’angoscia con le euforie dello stile. E ha funzionato. Peggio per gli altri, i grandi  scrittori. Loro scrivendo si ammalano, io da malato mi rifaccio sano, da insonne che ero recupero il sonno sul guanciale delle parole”. Peccato che il rimedio risulti in definitiva un placebo e che l’auto-terapeuta ne sia sempre al corrente, artefice, vittima e inquisitore dei suoi bluff di parole, delle sue mistificazioni tanto mirabolanti quanto esposte.



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