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LETTURE/ Bufalino e quel mistero che ci "spia" di continuo

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Tra i nomi che sono stati affiancati a Bufalino, e in cui lui stesso ha amato qualche volta rispecchiarsi, sporge quello di Borges; pertinente soprattutto per la produzione più tarda dello scrittore di Comiso, per un libro, poniamo, come Tommaso e il fotografo cieco. Un termine di paragone può essere invocato, troppo ovvio, per vari motivi; a noi pare che l’accostamento in parola riesca soprattutto utile a cogliere una sensibilità per l’investigazione metafisica, sensibilità che in Bufalino corre a fianco della tendenza teatrale o, se si preferisce, al suo interno, come sviluppo dei dilemmi suscitati dal caleidoscopio effimero, vorticante sul ciglio del nulla. Resta tuttavia indisponibile, a ogni tappa del percorso bufaliniano, quell’idealismo magico che mira a riassorbire la cosa nel pensiero, il territorio nella mappa, finendo per riconoscere solo la vicissitudine sofferta dentro la biblioteca, alla ricerca del codice dei codici. La letteratura è certo un tentativo di rendere accettabile la realtà, anzi, nelle pagine meno spettacolari e più meditative, di renderla “verosimile”, ma la tensione a “cercarvi un ordine”, a snidarne il senso, quale che sia, non può riqualificarsi abusivamente in pretesa di dare un senso.

Bufalino ha sempre conservato l’avvertenza di un inconoscibile che nessuna retorica o filosofia riesce ad addomesticare. E lo sancisce l’impianto giallistico di certe sue pagine, dove il profilo del medico intento ad auscultare il morbo trascolora nella sagoma del poliziotto che si arrovella su una congiura. Questo impianto è assolutamente attuale, per l’impossibilità di individuare una soluzione certa e risolvere il caso una volta per tutte; ma la crisi del “giallo” acquista, in Bufalino, una venatura peculiare, depone per l’incommensurabilità di un ignoto alle misure umane. Lasciamo spazio a un aforisma del Malpensante:“essendo la Creazione tutta, e le nostre vite con essa, un mistero a cui manca lo svelamento finale, leggere un giallo dove il colpevole è smascherato ogni volta, ce ne risarcisce e consola”. Non è la consolazione che la detection metafisica di Bufalino è in grado di offrirci; ma lo scacco dei suoi personaggi investiganti  riattizza il sentore del mistero, che permane inespugnato mentre seguita a provocare l’esigenza di verità.

Al protagonista delle Menzogne della notte, il governatore simil-borbonico Consalvo De Ritis, irretito e depistato da un quartetto di cospiratori (nome in codice “gli evangelisti”) che cela l’identità dello sconosciuto mandante (il “Padreterno”), la morte non appare più un’ingiuria immeritata e senza riparo: solo varcando il confine egli può apprendere se, “nell’occulto d’un sovrumano alfabeto”, quell’ “Omega di tenebre” in cui si accinge a precipitare non sia “l’Alfa d’una eterna luce”. Rispetto a questo suicidio per impazienza del vero, si connota per la diversa inflessione di appello, e magari di straziata intimazione, l’appunto che incide a margine di un suo libro devoto (una Filotea) il cappellano militare di Diceria, quel padre Vittorio ammalato a sua volta di petto: “Fatti vedere, Tu che mi spii”. Il bisogno che il senso assoluto divenga presenza, che il Deus absconditus  si stagli in una prossimità, con definitiva risoluzione delle ambivalenze, viene qui affidato all’iniziativa dell’Altro. L’umano insistere sta a giustificare una simile mossa. Ai sensi della nota massima di Reinhold Niebuhr, per cui nessuna risposta è più incredibile di quella a una domanda che non si pone.

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