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LETTURE/ Bufalino e quel mistero che ci "spia" di continuo

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Il nostro debito verso Gesualdo Bufalino non appare interamente se collochiamo l’opera dello scrittore siciliano nella casella del  postmoderno, facendone un esempio, magari in evidenza, di letteratura al quadrato, paga di ammannire la sua salsapariglia di citazioni e contaminazioni. Per quanto fondato su innegabili indizi e frequentato volentieri dalla critica, un approccio del genere è riduttivo; e importa relativamente se esprime consenso o presume di mettere il dito sulla piaga, se applaude il valzer di echi e contraffazioni o esige vita al posto di un esangue manierismo. Ci sono, è vero, compromettenti ammissioni dello stesso Bufalino; ma hanno l’impertinenza di rettificare in cauda ciò che stavano confessando. Sintomatica questa autoesegesi della propria cifra espressiva: “Una scrittura con falsetti, maniere, rugiade, citazioni occulte, goliarderie; ma non senza note sfogate, abbandoni, magari lacrime”. La parata di maschere lascia, infatti, un retrogusto di quaresima.

Non insisteremo, adesso, sulla radice autobiografica dei tipici Leitmotive; ciò che impressiona è la loro propria forza, quali che siano le nutritive linfe empiriche. Così nel tema primordiale e generatore, quello della malattia, col suo incupirsi o, al contrario, col suo sfociare su un’inopinata convalescenza. Destinato alla condanna o ammesso a una fortunosa amnistia, il diverso dalla guardinga comunità dei sani porta su di sé uno “stigma” equiparabile a un vero e proprio “stemma”; anche se, per avventura, dovesse guarire, come il protagonista di Diceria dell’untore, questo segnato non potrà cancellare il suo marchio o sigillo d’elezione. Bufalino in controtendenza: non si tratta, per lui, di smussare il più possibile uno scarto, rappresentandone il graduale riassorbimento, l’armonizzazione finale entro una collettività di uguali, semmai di calarsi in un indelebile abisso, che è anche, paradossalmente, un culmine. Il contraccolpo della malattia sulla coscienza produce un incremento di lucidità; eccita di nuovo lo stupore per la vita come “munifico e scandaloso miracolo”, rimodula quello stupore introducendovi un tarlo insonne.

Siamo già di fronte all’ossimoro fondante di Bufalino, la luce indissolubile dal lutto che la esalta e la smentisce. Come si verifica in quell’appropriato riscontro che è il paesaggio siciliano: “Io credo che la morte da noi possa apparire non come un evento ma come qualcosa di scandaloso, o come infrazione della legge. In Sicilia, cioè, per questa furia di sole, per questa luce così vitale che ci grida ogni giorno in faccia che siamo vivi, la morte diventa una sorta di sopruso, una sopercheria che noi non meritiamo. Insomma, noi siciliani non dovremmo mai morire. Una luce così intensa come quella della Sicilia non dovrebbe illuminare la morte […]. Credo in verità che sia connaturato allo spirito siciliano guardare alternativamente un po’ al fulgore del sole e un po’ alle tenebre della cripta”.



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