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IDEE/ Cosa ne sapeva Lutero dello spread?

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In Baviera (InfoPhoto)  In Baviera (InfoPhoto)

Il nocciolo della teoria weberiana consiste nell’aver compreso la differenza sostanziale fra un tipo di “capitalismo patrimoniale”, caratterizzato dalla dipendenza da un’autorità morale o politica, e un tipo di “capitalismo razionale”, legato a procedure logiche e concrete, autonomo, aperto alle varie possibilità e regolato da leggi che premiano il merito. La tesi di Weber giudica il sorgere dello spirito del capitalismo un segnale eloquente del passaggio definitivo dall’era tradizionale a quella moderna, rappresentato dall’ingresso nella storia di una nuova mentalità, una prospettiva calcolatrice e razionale, in forza della quale le azioni razionali appaiono come l’esito ponderato di un attento calcolo costi-benefici. Sicché, lo spirito razionale che identifica tale inedita fase dalla storia dell’umanità sarebbe caratterizzata dal divorzio definitivo tra eticità e razionalità.

Il dibattito aperto da Weber ha finito per coinvolgere sociologi, economisti, storici e teologi. Tra i profondi critici della vulgata weberiana, vorrei ricordare il compianto Oscar Nuccio, il quale nel suo volume Epistemologia dell’azione umana e razionalità economica nel duecento italiano: il caso Albertano da Brescia (Effatà, 2005) affronta il dibattito sul sorgere dello spirito del capitalismo e sul ruolo svolto dai giuristi civili dell’Italia basso medioevale al costituirsi delle moderne scienze sociali. L’analisi del Nuccio si propone di cogliere i prodromi di alcune categorie economiche tipiche della moderna epistemologia economica, così da rendere ragione delle dinamiche dei processi di mercato. Ad esempio, un autore come Albertano da Brescia (giureconsulto che visse nel XIII secolo), riconosce Nuccio, pur essendo un uomo del Medioevo adotta un’analisi tutta moderna dell’“azione umana”, della “doppia legittimazione del lavoro e del profitto” e della “consacrazione etica dell’utile”.

A questo punto, possiamo chiederci provocatoriamente: se tutto ciò fosse fondato, che fine farebbe la consolidata vulgata weberiana, che tali meriti riconosce prioritariamente a Calvino ed ai Protestanti? A sostegno della tesi di Nuccio, in passato sono intervenuti il sociologo Luciano Pellicani, per il quale nessun medioevalista sarebbe disposto oggi ad accreditare la tesi che nel corso del Basso Medioevo non fosse già iniziato il processo di formazione di un autentico spirito capitalistico, ed il teologo cattolico Michael Novak, per il quale persino le abbazie benedettine finiscono per sconfessare la suddetta vulgata. L’analisi di Pellicani tende ad individuare le cause che concorsero al sorgere della modernità nella forma di dominio che assunse la società europea durante il Medioevo, sintetizzabile nello “smembramento del potere pubblico” e nella “polverizzazione delle dominazioni locali sostituitesi alla Stato centralizzatore”: è interessante notare come per vie autonome anche Friedrich August von Hayek e Luigi Sturzo giunsero ad una simile analisi.

L’opera di autori apparentemente così distanti dalla modernità evidenzia la continua tensione a conciliare la vita contemplativa con la vita operativa, un uomo a tutto tondo che concilia la vir sapiens con l’homo faber.



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COMMENTI
06/09/2012 - non secoli fa ma ieri e oggi (francesco taddei)

Sono dell'idea che l'autore sbaglia contesto. Credo sia inutile fare 800 anni di storia ma occorre concentrarsi sul presente, che ci dice che la dicotomia tra "capitalismo patrimoniale" e "capitalismo razionale" non è lontana 300 anni ma è qui oggi. Gli stati che praticano la prima sono scivolati verso una stortura e degenerazione della società e dell'idea di benessere. Oggi a quella dicotomia sembrano appartenere le categorie stato-cattolico e stato-protestante. forse esiste una via cattolica al capitalismo, incarnata oggi dalla baviera a cui gli altri stati dovrebbero guardare? E che secondo Ettore Bernabei, nel suo ultimo libro, quella via 40 anni fa era italiana?