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LETTURE/ Franco Cardini: il "tempo sacro" di Le Goff? Così un laico rispetta la fede

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Alcune affermazioni di Le Goff sembrano in controtendenza con un orientamento storiografico che forse in modo non sempre lineare a lui sembrava riferirsi, come quando Le Goff dichiara (a differenza di Ph. Ariès) che “il Medioevo non ha affatto ignorato l’infanzia e i bambini” (pp. 81, 123) oppure che la scelta del Risorto di apparire per primo alle donne (ripresa con enfasi da Jacopo) “sottolinea la promozione della donna in seguito alla riforma gregoriana, promozione ribadita e rafforzata dagli ordini mendicanti” (p. 111). Che ne pensa?

Uno dei meriti di Jacques le Goff (il quale ebbe anni or sono ad affermare infatti “Je ne serai jamais mandarine”: “Io non sarò mai barone”; in senso accademico, ovviamente) è stato proprio quello di non avere mai voluto fondare una vera e propria scuola. Non gli è mai interessato essere padre-padrone e tantomeno “padrino” di quanti decidevano di imparare da lui, di lavorare con lui, di accettare i suoi consigli. In ciò, le Goff ha dimostrato di saper cogliere il meglio della grande lezione della “scuola delle Annales”: accettare tutte le sfide, tentare tutte le strade euristiche e metodologiche, rifiutare qualunque dogma storico e tanto più ermeneutico. È stata la sua attenzione per la vita quotidiana e addirittura per  le strutture intime dei quadri mentali individuali e collettivi (quella che a lungo si è chiamata “storia delle mentalità”) a fargli rifiutare qualunque tipo di schemi, anche quelli affascinanti e intelligenti proposti ad esempio da Ariès. Quanto alla promozione della donna, si è dinanzi a un dato palese sostenuto dai Vangeli: un dato che non si spiega né con la tradizione ebraica, né con quella ellenistico-romana.

Lei ha scritto un bellissimo libro su Francesco d’Assisi (Mondadori, 1991). Anche Le Goff è rimasto affascinato dal santo di Assisi tanto da dedicargli un volume e, in questo suo ultimo scritto, afferma che “Jacopo è qui un fratello domenicano di Francesco d’Assisi e mantiene vivo il legame con quel ‘bel secolo XIII’ che era andato alla ricerca della gioia” (p. 27); più oltre è ancor più perentorio nel rilevare che “a mio parere, sono stati gli ordini mendicanti a recepire e divulgare la scoperta dei doni della natura che i cristiani sembrano aver fatto nel secolo XIII”(p. 69). Le Goff apre così un’altra breccia in quel dualismo schematico che intride tanta manualistica nel contrapporre il “disprezzo del mondo” (di presunta matrice monastica) all’edonismo dei goliardi. Lei è sempre stato attento a evitare questi approcci schematici che tuttora perdurano. Non crede che questo ultimo libro di Le Goff possa esser molto utile in tal senso?

 



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