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LETTURE/ Quadrelli ci spiega perché dovremmo essere più "materialisti"

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E se le certezze ottenibili sono sempre parziali, se ogni raggiungimento è soggetto a un superamento fondato non sull’esperienza storica e carnale dell’oggetto ma su un mero mutamento di criteri mutuati al di fuori del rapporto tra il soggetto che conosce e l’oggetto che chiede di essere conosciuto, allora la scelta davanti alle cose non è più tra verità ed errore, ma tra essere alla moda o non esserlo: «Non si sceglie più tra verità ed errore da quando esiste l’antico e il moderno. Si è moderni» (Filosofia delle parole e delle cose, p. 20). 

Si tratta del vizio antico dei sapienti, i quali impongono agli stolti il proprio schema sulla realtà professando le cose come dovrebbero essere, anziché viverle e pregarle perché svelino ciò che sono. E che per farlo abbisognano anzitutto di negare l’inesorabilità dell’esistente, usando verità parziali e analitiche per eroderne la forma sintetica e cogente con cui noi lo incontriamo e conosciamo: «Era già venuto Copernico a dimostrare che il sole non sorge e non tramonta; nulla di strano che un Berkeley concluda che il mondo “esterno” non esiste: tutte queste filosofie sono propriamente una critica dell’ignorante, che dice il sole sorgere e tramontare e crede che il mondo esterno esista. Esse non si rivolgono direttamente (e tantomeno con platonica “meraviglia”) al mondo, poiché vogliono negare il mondo» (Filosofia delle parole e delle cose, p. 22).

Come sempre, il gioco corre intorno al nesso tra le parole e le cose. Un nesso che è un rapporto vivo e che chiede di accettare che il nome delle cose vada pregato sempre, perché non è mai interamente conosciuto. Senza questo rapporto, i nomi divengono idoli e noi trattiamo la vita attraverso di essi, fingendo con noi stessi che tutto ciò che viviamo, tutto ciò che amiamo, tutto ciò che sbagliamo sia non redimibile – come ogni cuore vissuto nella storia umana ha segretamente intuito e desiderato – ma reversibile. Ma un bacio dato è un bacio, non si può vivere come non avendolo dato, se non al prezzo di annullare la storia e il suo portato di vita. Ed è a questo idolo mortuario, all’illusione che il male e il bene non debbano essere salvati ma siano invece nell’eterna possibilità di essere resi come mai esistiti, che il nostro tempo debole è devoto. 

Sarebbe niente, se il prezzo non fosse appunto la perdita del mondo. Se non fosse che, come sapeva il salmista, «la verità germoglierà dalla terra» e che perciò di questa terra, di questo tempo, abbiamo bisogno, pesanti e ingombri come sono, strazianti e meravigliosi come sono. 



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