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LETTURE/ La parola "perduta" che ci fa capire chi siamo

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La posta in gioco nella questione della teleologia non è, per Spaemann, semplicemente quella di far strada, nel dibattito filosofico attuale, ad un altro “modello di interpretazione” dei fatti naturali, alternativo a quello meccanicistico dominante ormai da secoli. L’uomo non si può accontentare di “interpretazioni” indifferenti a come stanno veramente le cose. La questione quindi è, più propriamente, una questione di conoscenza: capiamo di più il mondo e noi stessi se eliminiamo i fini? La risposta di Spaemann è un secco “no”. 

Vi è tuttavia un’altra implicazione della mossa spaemanniana la quale è, dal punto di vista culturale ed esistenziale, altrettanto radicale: censurare la piena consistenza finalistica della natura comporta per l’uomo la condanna a non riuscire a comprendere se stesso, a consegnarsi senza difesa ad uno sguardo – quello della scienza antiteleologica moderna – il cui interesse fondamentale non è quello di comprendere, ma quello di dominare e di trasformare ciò che essa tratta. Sergio Belardinelli, nel suo intervento, ha ricordato, proprio a tale riguardo, la diffusa inquietudine che oggi suscitano in noi le conquiste delle biotecnologie. Spaemann ritiene l’interesse tecnico-scientifico un interesse strutturale della ragione e necessario alla sopravvivenza dell’uomo. Esso però non può e non deve pretendere di ampliare se stesso fino al punto di sentenziare l’irrilevanza dell’altro interesse, altrettanto connaturale, della ragione umana, quello per la scoperta del senso del mondo che abita e per la familiarità con esso. 

La sfida di Spaemnn a favore della riscoperta del pensiero teleologico si propone quindi come un invito alla ragionevolezza e al gusto di una rinnovata contemplazione della identità ultimamente indisponibile propria delle realtà naturali. Una sfida che argomenta in favore di una natura non-naturalistica e, allo stesso tempo, propone uno sguardo non-spiritualistico sulla spiritualità dell’uomo. 

Riscoprire le ragioni della teleologia naturale conduce infatti a manifestarsi l’identità, l’“esser-sé” dell’essere umano nel suo connaturale tendere oltre sé. Luis Romera, introducendo i lavori della giornata di studio romana, ha parlato del pensiero di Spaemann come di una riflessione che aiuta ad “orientarsi in una società emotiva” che, perdendo il senso dell’identità, ha perso anche la capacità di gestire le emozioni stesse. E il cardinal Ruini ha messo in evidenza la profonda assonanza della “critica della ragione positivistica” articolata da Spaemann con le diagnosi di Benedetto XVI sulla crisi dell’ethos contemporaneo, in particolare con quella del discorso al Reichstag di Berlino del settembre 2011. La riscoperta dell’identità finalisticamente orientata dell’uomo costituisce infatti per Spaemann proprio la premessa necessaria e feconda per un’etica della felicità nella quale la qualità di bene in cui consiste il fine più proprio e profondo dell’uomo può essere approfondita, indagata e difesa in modo più adeguato e persuasivo. Allo stesso tempo la sua antropologia culmina in una immagine di “persona” radicata proprio in quella eccedenza costitutiva inscritta e indicata nella natura teleologica dell’uomo. 



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