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LETTURE/ La parola "perduta" che ci fa capire chi siamo

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Un altro volume, da poco pubblicato per i tipi di Rosenberg & Sellier e curato da Ugo Perone, consente di vedere in azione il prezioso intreccio che Spaemann tesse tra questi temi. Si intitola Cos’è il naturale. Natura, persona, agire morale e raccoglie, oltre alle lezioni che il filosofo tedesco ha tenuto nell’ottobre 2011 a Torino, nell’ambito del X ciclo della Scuola di Alta Formazione Filosofica, anche gli approfondimenti frutto del dibattito tra il pensatore e i partecipanti ai seminari. Si tratta di un ulteriore importante contributo, non solo alla comprensione della riflessione spaemanniana sul tema della natura, ma anche al prendere familiarità con la peculiare caratteristica del filosofare spaemanniano. Come anche nei loro interventi a Roma Sergio Belardinelli e Leonardo Allodi hanno evidenziato, proprio il fatto di concepire la filosofia come una difesa e un approfondimento dell’esperienza spontanea (e teleologica) che ogni uomo immediatamente fa del mondo, degli altri e di sé, Spaemann è capace tanto di forza speculativa e critica, quanto, contemporaneamente, di mantenere alla propria parola e al proprio testo un connotato irriducibilmente “ingenuo”. Quella ingenuità carica di ragioni necessaria a difenderci − come si legge nelle righe iniziali di Fini naturali – dal “pregiudizio divenuto caro alla scienza, il pregiudizio che il senso sia una variabile del non senso, che la ragione sia una variante della non ragione e che l'uomo stesso sia un antropomorfismo”.

 



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