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IDEE/ Se il "papà" del salario minimo non è Marx ma il liberale Hayek

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Sul muro di Berlino un disegno raffigura il famoso bacio tra Leonid Breznev e Erich Honecker del 1979 (InfoPhoto)  Sul muro di Berlino un disegno raffigura il famoso bacio tra Leonid Breznev e Erich Honecker del 1979 (InfoPhoto)

“La situazione della disoccupazione è drammatica, avevamo detto che l’euro avrebbe riequilibrato la società e invece la disoccupazione aumenta”: le dichiarazioni del presidente dell’Eurogruppo, Jean Claude Juncker al Parlamento Ue lo scorso 10 gennaio non meritano solo l’attenzione degli economisti. Per Juncker, bisognerebbe ritrovare la dimensione sociale dell’unione economica e monetaria, “con misure come il salario minimo in tutti i Paesi della zona euro, altrimenti perderemmo credibilità e approvazione della classe operaia, per dirla con Marx. I tempi che viviamo sono difficili, non dobbiamo dare all’opinione pubblica l’impressione che il peggio sia alle nostre spalle perché ci sono ancora cose da fare molto difficili”.

Alcuni hanno trovato abbastanza stupefacente il riferimento a Marx in relazione al reddito minimo garantito, non fosse altro perché non ci risulta che l’autore de Il Capitale fosse un entusiasta difensore di tale strumento di politica sociale. È probabile ed auspicabile che Juncker volesse dire altro, resta il fatto che il dibattito si è concentrato sul collegamento che il presidente dell’Eurogruppo ha stabilito tra giustizia sociale e reddito minimo garantito, mediato dal contributo di Karl Marx.

In una lettera del 5 novembre 1880 inviata a Friedrich Albert Sorge, rivoluzionario comunista tedesco, sul programma del partito dei lavoratori francesi, Marx bolla come “lusinga infantile” il salario minimo e scrive: “Nonostante la nostra protesta, Guesde ritenne necessario imporre alcune inezie ai lavoratori francesi, come il salario minimo stabilito per legge, ecc. (Gli ho detto: se il proletariato francese è ancora così infantile da aver bisogno di tali lusinghe, non vale neppure la pena di formulare un qualsiasi programma)”.

È un peccato che il presidente dell’Eurogruppo abbia presentato un simile rispettabilissimo strumento di politica sociale nel peggiore dei modi. Uno strumento sicuramente discutibile e sul quale sono legittime perplessità e critiche di ogni sorta, ma che di certo nulla ha a che fare con Marx. Semmai sarebbe stato più naturale e decisamente più facile fare riferimento alla tradizione cristiana, basti pensare al Magistero sociale, da Leone XIII in poi. Ad ogni modo, ritengo che avrebbe offerto un ottimo servizio se, in quella sede, avesse invece fatto esplicito riferimento alla tradizione liberale; evitando, oltretutto, di toccare non pochi nervi scoperti tra i rappresentanti delle popolazioni dell’Europa dell’Est.

Il tema del rapporto tra tradizione liberale e difesa dei più deboli è uno dei più dibattuti e sul quale da sempre si confrontano gli schieramenti politici ed è su questo punto che ruota la questione di un reddito minimo garantito. È opinione piuttosto condivisa presso gli ambienti culturali conservatori, tanto di destra quanto di sinistra, che i sostenitori dell’economia di mercato siano sostanzialmente insensibili alle sofferenze e alle necessità dei più deboli e dei più poveri, giungendo alla conclusione che, sebbene in misura minima, nelle economie di mercato lo Stato è necessario, quanto meno per garantire gli interessi dei più forti e dei più ricchi; in definitiva, alla Stato verrebbe assegnata la funzione di far vincere i soliti noti. 

Se questa è l’accusa che normalmente viene rivolta ai sostenitori dell’economia di mercato dai conservatori di ogni di tipo e ideale, credo sia interessante riflettere sulle parole di un padre del liberalismo contemporaneo, il quale si sofferma proprio sul ruolo dello Stato in prospettiva liberale, nonché sulla difesa dei più deboli, di coloro che per una miriade di ragioni non sono nelle condizioni di poter godere di pari opportunità e che non potrebbero mai prendere parte ai processi di mercato. Sono le riflessioni di uno dei più illustri rappresentanti del liberalismo odierno, vale a dire di Friedrich A. von Hayek, premio Nobel per l’economia nel 1974. 



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