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50 ANNI/ Che senso ha parlare di pace dopo Giovanni XXIII?

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A livello internazionale, la fortuna come documento di riflessione politica della Pacem in Terris trova indubbiamente pochi consimili esempi nel magistero petrino dell’età contemporanea. Basti solo pensare alla fioritura di pubblicazioni registrata nel 2003 in occasione del quarantennio dalla promulgazione, anche al di fuori dall’editoria propriamente di matrice cattolica (a partire dalla riedizione del documento introdotta da Armando Torno per Ugo Mursia nello stesso anno anniversario). Questi approfondimenti, in generale, hanno ribadito l’attualità dell’enciclica dopo l’11 settembre. Una raccolta di studi di particolare importanza è poi quella recentemente curata da Agostino Giovagnoli, dove diversi autorevoli  interventi (in particolare quello dello stesso curatore, di Andrea Riccardi e di Giorgio Rumi) si concentrano sul funzionamento della diplomazia vaticana e sul comportamento specifico dei pontefici circa la questione della guerra e della pace nell’arco temporale che racchiude i pontificati a partire da Leone XIII fino a Giovanni Paolo II. 

Resta comunque assodato che nell’opinione pubblica comune la lettura della Pacem in Terris fu soprattutto vissuta alla luce del clima di tensione ingenerato dalla guerra fredda; Gabriele Sabatini ha cercato di ricostruire, basandosi in particolare sullo spoglio dei principali quotidiani, come sia progressivamente cresciuto, in particolare nella società italiana, il livello di conoscenza dell’impegno di Roncalli per la pace, e la conseguente consapevolezza sul nuovo ruolo politico internazionale assunto in tal senso dal papato. Questo dovrebbe essere forse considerato il punto chiave dell’enciclica, anche se – come è del resto noto – si diffusero quasi immediatamente diverse speculazioni sulle sue presunte prossimità di essa con il pensiero comunista. 

Peraltro, anche per i rilievi di carattere sociale relativi ai diritti e doveri dell’uomo, che pure questo documento oggettivamente evidenzia, vi fu chi parlò esplicitamente di tendenze “socialiste” palesate in esso da parte di papa Giovanni: ciò appare al solito un’operazione strumentale, che procede dall’intenzione di voler a tutti i costi inquadrare gli interventi ecclesiastici – anche ai più alti livelli – nell’ottica propria delle ideologie. In realtà, così come ad esempio sarebbe in seguito successo per la Populorum Progressio di Paolo VI, questi interventi, se letti forzosamente all’interno delle categorie tout court di progressismo e conservatorismo, possono sempre essere fatti oggetto di interpretazioni quando non di semplici speculazioni circa la loro presunta inclinazione politica. Così è successo per la Pacem in Terris, per responsabilità di chi ha voluto avallare la tesi di un Roncalli “di sinistra”, idea peraltro sostenuta anche da ambienti di Chiesa più conservatori, che per alludere a ipotetici influssi comunisti notoriamente si servivano della storpiatura “falcem in terris”, con chiaro riferimento al simbolo del Partito comunista. 



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