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50 ANNI/ Che senso ha parlare di pace dopo Giovanni XXIII?

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La Pacem in Terris è stata una delle encicliche maggiormente affrontate nel dibattito culturale del Novecento, e la sua interpretazione di fondo è ancora oggetto di un acceso confronto intellettuale. Ultimo documento magisteriale di Giovanni XXIII, redatta mentre il “Papa buono” era già gravemente ammalato per il tumore allo stomaco che gli avrebbe lasciato solo due mesi di vita dopo la promulgazione, l’11 aprile 1963, essa può essere considerata senza dubbio come uno degli scritti di Roncalli oggi più ricordati, non solo in ambito cattolico.

Vi è una nota particolarmente distintiva nella vicenda:  oltre all’essere stata firmata “in diretta” dal papa, davanti alle telecamere dei paesi di tutto il mondo, l’enciclica per la prima volta fu indirizzata coram populo, agli uomini “di buona volontà”, pertanto non esclusivamente alla gerarchia. Come alcune approfondite letture hanno recentemente sottolineato, procedendo anche da una attenzione filologica per il testo, essa ebbe tra le sue finalità principali quella di “sottrarre” al monopolio internazionale della propaganda comunista sovietica l’utilizzo del termine “pace”, per restituirgli il significato evangelico nella sua propagazione mediatica. 

Del resto, sul fatto che l’ultima enciclica giovannea si andasse a confrontare con la difficile situazione internazionale contemporanea non paiono sussistere dubbi: solo pochi mesi prima dalla sua diffusione il mondo intero aveva vissuto uno degli episodi più drammatici dell’intera guerra fredda, con la crisi dei missili su Cuba. Durante quei delicati momenti che avrebbero pure potuto scatenare un terzo conflitto mondiale – emblematicamente rappresentativi del sentimento di  minaccia globale proprio della cosiddetta “era atomica”, in seguito sfumato solo con la caduta del muro di Berlino – Giovanni XXIII era intervento, precisamente il 25 ottobre, esprimendo un forte appello alla pace in un accorato radiomessaggio, che secondo alcuni interpreti dovette avere un suo peso specifico sull’esito provvidenzialmente positivo della crisi.

E in effetti, c’è chi dell’enciclica roncalliana da subito sottolineò soprattutto il significato di rottura con il concetto politico-ecclesiastico di “guerra giusta”, come il periodico Comunità del maggio 1963, per il quale il documento papale aveva segnato la fine di un’era, nientemeno che “quella delle crociate”; c’è poi chi (Emilio Fogliasso) si è persino interrogato su quali linee psicologiche si sia svolto il percorso di elaborazione del testo da parte del pontefice bergamasco. Rispetto alla vasta querelle generata dalle strumentalizzazioni in senso politico del documento, altri (come Wladimiro Dorigo) ritenevano la Pacem in Terris, in generale, l’espressione di una «linea di presenza pacifica, amorosa, preoccupata» da parte di Roncalli, soprattutto una manifesta rinuncia all’esercizio di una «egemonia sacrale» da parte della Chiesa sui diritti e doveri dell’uomo inquadrati in chiave naturale, e un richiamo ad una concezione della pace universale fondata «su principi e istanze naturali», pertanto estranea a quella ideologicamente sostenuta dai due blocchi Est-Ovest.



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