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IDEE/ La matematica "cerca" Dio? Ecco la risposta

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Michelangelo, David, 1501-04 (InfoPhoto)  Michelangelo, David, 1501-04 (InfoPhoto)

Una delle più grandi menti del XX secolo è sicuramente quella del moravo Kurt Gödel (1906–1978). Nato nell’odierna Brno, la vita di Gödel, come per altro quella di molti genî, fu piuttosto tormentata e dominata da quello che è stato chiamato “il male di vivere”. Nel 1926 fu tra i frequentatori del “Circolo di Vienna” e in questo vivace ambiente culturale neopositivista maturò definitivamente la sua vocazione nei confronti della ricerca logico-matematica. Mai scelta risultò più azzeccata visto che già nel 1931, a soli venticinque anni, esponeva in un celebre articolo i presupposti dei suoi teoremi di incompletezza destinati a sconvolgere tutte le teorie logico-matematiche elaborate fino a quel momento.

Se di Gödel sono molto noti i rivoluzionari contributi portati alla matematica, meno noto è il fatto che formulò una rielaborazione della prova ontologica di Anselmo di Aosta (1033–1109 d.C.), ossia di quella dimostrazione logica che ritiene di poter inferire l’esistenza di Dio “a priori”. In estrema sintesi, tanto in logica quanto in matematica esiste una forma di dimostrazione nota come “reductio ad absurdum” o “prova per assurdo”, che costituisce un metodo classico dei logici di dimostrare una tesi attraverso la negazione della tesi ad essa opposta (“A” è vera perché “non A” implica una contraddizione, ossia è assurda). È appunto a questo strumento dimostrativo che Anselmo di Aosta fece ricorso per trovare un “unico argomento” (unum argumentum) che si provi da se stesso e che sia da solo capace di dimostrare che Dio esiste veramente. Ora, poiché per il filosofo aostano la definizione corretta di Dio è quella di “qualcosa di cui non si possa pensare nulla di maggiore” (aliquid quo nihil maius cogitari possit), ovvero di un essere sommamente perfetto, e siccome un ente perfettissimo per risultare tale non può sussistere soltanto nel pensiero, ma deve esistere necessariamente nella realtà, si deduce che è assurdo affermare che Dio è solo un’idea dell’intelletto e non esiste realmente.

Nel Seicento, prima il pensatore francese René Descartes (1596–1650) e poi il filosofo tedesco Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716) apportarono alcune significative modifiche alla prova ontologica, avvicinandola molto alla logica modale che prende in considerazioni le “modalità” del possibile e del necessario (cfr. R.G. Timossi, Imparare a ragionare. Un manuale di logica, ed. Marietti). Già Descartes infatti, trattando della dimostrazione a priori di un ente divino, intravvide l’esigenza di distinguere tra “esistenza possibile” ed “esistenza necessaria”, concludendo poi che un ente perfettissimo come Dio deve esistere necessariamente. Ma è Leibniz a compiere un passo decisivo nella direzione di una prova logica più rigorosa, che si fonda sull’assunto secondo il quale se l’Essere necessario (Dio) è possibile allora esiste, perché l’essenza di un ente necessario o “Ens a se” (cioè che non ha bisogno di altro per esistere) è tale per cui se esso è possibile allora necessariamente esiste.



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COMMENTI
16/05/2016 - Dio è Amore, la matematica non è sentimento! (Silvano Rucci)

L'esistenza di Dio la si dimostra attraverso i Miracoli e le Profezie! Questi due Santi prodigi con la matematica non si accordano! Trovare Dio presuppone credere in Cristo che tramite lo Spirito Santo ci conduce al Padre! Con la matematica, anche cercando e dimostrando oltre ogni limite consentito, sarebbe "vano". Una tale dimostrazione non può avvenire assolutamente! Mai, neanche dopo millenni. Già due ne sono trascorsi!