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PASOLINI/ Non ci serve una nuova etica, ma una conoscenza più vera

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Pier Paolo Pasolini (1922-1975) (InfoPhoto)  Pier Paolo Pasolini (1922-1975) (InfoPhoto)

Del resto, va riconosciuto che, se c’è un elemento tipicamente e assolutamente “pasoliniano”, sta proprio in quella sua instancabile ansia di capire. «Nel nostro tempo non si può scindere l’amare dal capire», dirà ne I clericali e la famiglia. E poi, anni più tardi: «Non impegnarsi almeno in un tentativo di capire, è l’indizio di mancanza d’amore e d’umiltà». E ancora, il verso, bellissimo e folgorante, di Picasso (sempre nelle Ceneri): «Quanta gioia in questa furia di capire!». 

Certo questa vera e propria fame di razionalità diventa più comprensibile se si pensa che, in Pasolini, la comprensione razionale costituisce il più profondo atto d’amore che si possa compiere nei confronti dell’oggetto: il quale, a sua volta, solo in una vera conoscenza può essere realmente amato – e mai a prescindere da questa. «A me interessa, prima di morire, di capire il mondo in cui sono, non di goderlo attraverso un qualche possesso che non sia d’amore» scriveva Pasolini a Biagio Marin nel 1955. 

Nelle Ceneri di Gramsci Pasolini non chiedeva quindi una nuova etica, ma la possibilità di una comprensione più vera, più viva, più esauriente delle cose. Egli attraversa tutto il tentativo della cultura marxista (ne è in qualche modo un esempio, un emblema), la percorre con ansia quasi religiosa; e infine la supera dall’interno, constatandone l’insufficienza, presentandone la testimonianza poetica. Un’insufficienza che ha il suo epicentro in una mancanza sostanziale: la scarsa attenzione, se non addirittura l’indifferenza, per l’io. In Pasolini il problema dell’io, la dignità della persona, è sempre e comunque centrale: come una forza di gravità, la questione del soggetto rivendica la superiorità rispetto ad ogni altro problema – forse persino rispetto ai grandi drammi della storia: 

 

Una società
designata a perdersi è fatale
che si perda: una persona mai. 

 

E fatale potrebbe forse apparire anche la parabola di Pasolini stesso: che, abbracciato il marxismo anche (e forse soprattutto) per sfuggire ad una incompiutezza, una eccessiva affezione a se stesso che iniziava ad apparirgli problematica, vertiginosa e irrisolvibile, finisce poi per scoprire – nel concreto approccio storico – che ciò che più conta nella storia dell’uomo è proprio l’io. E su questa irriducibilità fondare il proprio tentativo e la propria lotta. 

 



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COMMENTI
22/01/2013 - Pasolini (gianni baleani)

Mi è piaciuto sia l'articolo che il commento che poi ho scoperto essere di mio fratello Claudio. Strana sorte quell'inno alla ragione, come trovare per caso chi ti è noto.

 
22/01/2013 - Stupendo (Claudio Baleani)

Nelle Lettere luterane Pasolini parla dei giovani come padre e da padre, anche se disamorato da una gioventù sgangherata, infelice e alienata. Dalla nostra memoria ritorna adesso Pasolini. E' un po' triste non averlo ascoltato prima, ma almeno possiamo dire che torna l'amore a noi stessi e i feticci crollano.