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PASOLINI/ Non ci serve una nuova etica, ma una conoscenza più vera

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Pier Paolo Pasolini (1922-1975) (InfoPhoto)  Pier Paolo Pasolini (1922-1975) (InfoPhoto)

«La vita consiste prima di tutto nell’imperterrito esercizio della ragione. Meglio essere nemici del popolo che nemici della realtà», scriveva Pasolini in un brano – I giovani infelici – delle Lettere luterane; un’affermazione datata quindi 1975. A quella data, per molti aspetti Pasolini non si sentiva ormai quasi più la stessa persona che, poeta e non ancora polemista (la differenza non è solo un dettaglio), pubblicava nel 1957 Le ceneri di Gramsci, uno dei più bei libri di poesia del Novecento. Nell’attacco di uno, forse il più noto, di quegli undici poemetti – Il pianto della scavatrice – Pasolini scriveva: 

 

Solo l’amare, solo il conoscere
conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto. Dà angoscia
il vivere di un consumato
amore. L’anima non cresce più.

 

Sono versi in cui Pasolini faceva drammaticamente i conti, tirava bilanci: lui, pur così giovane (aveva ancora trent’anni). Ribadiva la necessità del presente, dell’impossibilità di accontentarsi di qualcosa che non stesse accadendo ora. Ma soprattutto stabiliva una sinonimia – quella tra amore e conoscenza – che è in qualche modo il quid, la cifra costitutiva di tutta la sterminata opera pasoliniana, e che ha nelle Ceneri di Gramsci forse il suo momento più alto e bello, più commosso. Ma ancora: le Ceneri di Gramsci registrano anche la presa d’atto di un’insufficienza, quella della cultura marxista a interpretare tutto l’umano, e l’insorgere, sia pur confuso, di una speranza: quella di opporre a quello scacco culturale una nuova idea di ragione, che si proponesse di comprendere non solo la dinamica storica, ma anche la natura stessa dell’essere uomini. Quella natura che gli faceva denunciare, davanti alla tomba dell’amato Gramsci, un inesorabile stridore: «Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere / con te e contro te; con te nel cuore, / in luce, contro te nelle buie viscere». Sempre quella natura che, ne L’umile Italia, gli faceva dichiarare: 

 

È necessità il capire
e il fare: il credersi volti
al meglio, presi da un ardire
sacrilego a scordare i morti,
a non concedersi respiro
dietro il rinnovarsi del tempo.
Eppure qualche cosa è più
forte del nostro ardore empio
a maturare nella mente
a fare della natura virtù.



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COMMENTI
22/01/2013 - Pasolini (gianni baleani)

Mi è piaciuto sia l'articolo che il commento che poi ho scoperto essere di mio fratello Claudio. Strana sorte quell'inno alla ragione, come trovare per caso chi ti è noto.

 
22/01/2013 - Stupendo (Claudio Baleani)

Nelle Lettere luterane Pasolini parla dei giovani come padre e da padre, anche se disamorato da una gioventù sgangherata, infelice e alienata. Dalla nostra memoria ritorna adesso Pasolini. E' un po' triste non averlo ascoltato prima, ma almeno possiamo dire che torna l'amore a noi stessi e i feticci crollano.