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ARTE/ Dal disordine all'incanto: lo "sguardo" di Edouard Manet

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E. Manet, Un Bar aux Folies Bergère (1881-82) (Wikipedia)  E. Manet, Un Bar aux Folies Bergère (1881-82) (Wikipedia)

Il nostro pittore vive a stretto contatto con molti letterati, ma si rifiuta di scodinzolare al loro seguito. E, benché sia disposto ad ascoltare il parere di tutti, alla fine obbedisce soltanto alla propria testa. Quando esegue il ritratto di George Moore, ad esempio, lo scrittore irlandese si dichiara insoddisfatto del risultato, ma Manet non si lascia condizionare: «È venuto a scocciarmi reclamando un cambiamento qui, una modifica là. Non cambierò nulla al suo ritratto. È forse colpa mia se Moore sembra un rosso d’uovo schiacciato e se il suo muso è difettoso? Che è poi d’altronde il caso di tutti i nostri musi, giacché la piaga dei nostri tempi è la ricerca della simmetria. Ma non c’è simmetria nella natura».

Il letterato che sente più vicino è sicuramente Stéphane Mallarmé, per il quale nel 1876, oltre a uno straordinario ritratto (oggi al Musée d’Orsay), realizza le illustrazioni de L’après-midi d’un faune. Mallarmé dedica preziosi contributi alle coordinate artistiche di Manet. Esamina con cura la poetica del pittore, prova a inquadrare i tratti di un linguaggio così originale. E, soprattutto, ci offre considerazioni che possiamo condividere ancora oggi. In un saggio del 1876 scrive: «Ogni volta che attacca un quadro, dice, vi si tuffa a capofitto, convinto che il metodo più sicuro, benché pericoloso in apparenza, per divenire un buon nuotatore, sia quello di gettarsi in acqua. Un suo aforisma abituale è che non si dovrebbe mai dipingere paesaggi e ritratti allo stesso modo, in base allo stesso procedimento e alle stesse tecniche, tanto meno due diversi paesaggi o due diversi ritratti. La mano, è vero, conserverà i segreti acquisiti con l’esperienza, ma l’occhio deve dimenticare tutto ciò che ha visto in precedenza e imparare di nuovo a confrontarsi con ciò che ha davanti. Deve rompere con la memoria, vedere solo ciò che si offre allo sguardo come se fosse la prima volta; e la mano deve diventare un organo di astrazione impersonale, diretta soltanto dalla volontà, dimentica di ogni anteriore maestria».

Con queste parole Mallarmé descrive efficacemente il particolare amore che lega Manet alla realtà. Quando si accosta alla vita quotidiana, il pittore francese si lascia guidare solo dalle proprie sensazioni, così da catturare di volta in volta significati sempre diversi. In Un bar aux Folies Bergère (1881-1882; oggi alla Courtauld Gallery di Londra), ad esempio, la contrapposizione tra lo sconforto della cameriera e l’insulso atteggiamento dei clienti gli permette di ricordarci una tragica verità: nella vita di tutti i giorni, tanto nei momenti di tensione quanto in quelli di svago, spesso pensiamo soltanto a noi stessi e non siamo in grado di cogliere la sofferenza di chi ci sta intorno. 

 



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