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PRIMO LEVI/ Come si può scrivere una poesia sullo sterminio?

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La crudeltà impensabile è passata dalla potenza all’atto. Come e perché questo sia accaduto lo spiegheranno più avanti storici e specialisti. Per il momento tocca ai testimoni, i quali, quasi non avessero alternativa, scelgono i codici formali dell’arte per rendere presente ciò che sarebbe relegato nel sottomondo dell’informe, dove regnano silenzio e oblio.

Anche in questo caso, la Shoah impone un rovesciamento. Anzi, non può portare che a un rovesciamento rispetto a quanto si è verificato nell’esperienza. Alla prestabilita disumanità dei carnefici si contrappone la reazione istintiva di un’umanità alla quale non restano altre risorse se non quelle – umanissime – della memoria, della testimonianza e della bellezza. Una strategia differente avrebbe come esito ultimo una vittoria postuma da parte del nazismo, sarebbe la conferma che l’asservimento ha avuto luogo con successo. Se non ricorda, se non testimonia, se non ha più accesso al linguaggio dell’arte, questo davvero non è un uomo. Il fatto che una così assoluta catastrofe non si compia (o che, almeno, non si compia in modo indiscriminato) non costituisce affatto un lieto fine, come conferma l’ombra che ha continuato ad allungarsi minacciosa su molti dei sopravvissuti al sistema concentrazionario. Ma c’è comunque qualcosa di miracoloso nella resistenza che l’uomo riesce opporre al mostro che vuole disumanizzarlo, negandogli perfino la dignità residua che di norma si accorda alla vittima. 

“Questo è stato”, proclama Primo Levi nel verso da cui siamo partiti. E proprio perché esattamente questo è quello che è stato, raccontarlo non basta, testimoniare non è più sufficiente. Occorre prendere coraggio e cambiare registro, spostandosi più in alto. “Meditate”, lo sappiamo, è un imperativo che nelle intenzioni dell’autore non ha alcuna sfumatura spirituale, tanto meno religiosa. Nondimeno, è l’indizio di un processo che si ripeterà più volte dalla metà del Novecento in poi, fino ai giorni nostri. Una volta trascinati al cospetto dell’indicibile, non ci si può accontentare di dire. Subentra, ancora una volta, l’istinto più che umano caratteristico dell’umanità. Il ricordo si raffina in meditazione, la ferita dell’insensato invoca la medicina del senso. A costo di non trovare, certo, o di fraintendere e smarrirsi. Ma anche questo rischio, come il ricordo e la parola, ci appartiene.

 



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