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PRIMO LEVI/ Come si può scrivere una poesia sullo sterminio?

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«Meditate che questo è stato»: è il verso centrale della poesia che Primo Levi pone in apertura di Se questo è un uomo. Una “frase” che nella sua brusca semplicità sfugge alle cadenze fin troppo musicali della lirica italiana, in modo da dare corpo a un ammonimento che si pone fuori da una tradizione e, nello stesso tempo, ne istituisce un’altra. È il gesto di fondazione – forse involontario, ma non per questo meno evidente – di una nuova forma di epica, conseguita tornando a fondere tra loro Bibbia e Commedia: recuperando, in questo modo, l’ambizione sacra che sta all’origine dell’impresa dantesca.

La letteratura della Shoah sta già tutta in quelle nove sillabe ed è, da subito, letteratura della memoria. A rigore, “meditare” è altro che ricordare, ma non si dà meditazione senza ricordo. E il ricordo, senza meditazione, non avrebbe alcun valore. Intellettuale di buone letture divenuto scrittore per aver compiuto la traversata del lager, Primo Levi sembra trovare in un istante la sua voce – la voce del testimone. Che lo faccia attraverso una sequenza di versi come non se ne erano mai visti dalle nostre parti, scolpiti sul modello pressoché intollerabile dei Salmi imprecatori, è la risposta più eloquente al dubbio, pure legittimo, di quanti teorizzavano che lo sterminio programmato avesse reso desueta la poesia. No, ribatte Levi, semmai è vero il contrario: dopo Auschwitz solo la poesia è ormai abilitata a prendere la parola. Purché di parola autentica si tratti. Parola di testimone, appunto.

Non sarà più, però, la letteratura come l’avevamo conosciuta in precedenza. Davanti allo scandalo di quegli uomini abbrutiti nel fango e di quelle donne il cui grembo è reso sterile «come una rana d’inverno», l’arte intera subisce una trasformazione che si preannuncia irreversibile. D’ora in poi la necessità di testimoniare ciò che si è visto subentra (o dovrebbe subentrare) alla volontà di affermare se stessi. Per una suprema ironia della storia, straordinariamente simile al contrappasso immaginato da Dante, tutto questo avviene attraverso forme espressive che attingono in larga parte all’eredità delle “arti degenerate” che il nazismo si era illuso di cancellare con roghi e persecuzioni. 

In Levi, così come nella prosa di Jorge Semprún e nel cinema di Claude Lanzmann, la dissonanza prevale sull’armonia. Non potrebbe essere altrimenti, poiché lo sguardo del narratore-testimone è costretto a spostarsi nei territori dell’intollerabile e, alla lettera, dell’inimmaginabile. Il dispositivo infernale che Thomas Mann consegna alle pagine del Doctor Faustus («Questo voi potete, eppure non potete fare di un’anima») è già stato collaudato qui, sulla terra. 



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