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SHOAH/ Hannah Arendt contro Eichmann: in un film la "normalità" del male

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Hannah Arendt (1906-1975) (Immagine d'archivio)  Hannah Arendt (1906-1975) (Immagine d'archivio)

Argentina 1960. Una desolata strada di campagna vicino a Buenos Aires: una macchina arriva veloce, si accosta a un passante e lo rapisce. La scena d’azione, brevissima, apre un film che, invece, di azione ha pochissimo. Il che non vuole affatto dire che non sia coinvolgente. Le immagini e l’azione ritornano alla fine del film, ma, qui, non è il caso di anticipare troppo. Il “rapito” è Adolf Eichmann, ufficiale delle SS e responsabile dell’apparato logistico del sistema nazista dei campi di sterminio. Dall’America latina Eichmann è tradotto in Israele, per esservi processato. 

Sono scene da Hannah Arendt, l’ultimo film della regista Margarethe von Trotta, nota al pubblico italiano per classici come Anni di piombo e L’onore perduto di Catharina Blum. Margarethe Von Trotta è stata a lungo un’icona del cinema progressista tedesco,  e come tale è soprattutto conosciuta in Italia. Le ultime sue opere, peraltro, cercano di muoversi “al di là” degli schemi ideologici. Così alla “monografia” su Rosa Luxemburg è seguita quella su Ildegarda di Bingen, la santa più colta e inquieta del medioevo germanico. Ora è la volta di un’altra grande figura femminile, con un film che si presenta anche più difficile degli altri due. 

Non è facile fare un film su una filosofa: ci vuole una bravissima Barbara Sukowa, che interpreta magistralmente il ruolo di Hannah Arendt; e ci vogliono grandi capacità tecniche, la consapevolezza che attraverso il frammento si può restituire l’intuizione del tutto e, immancabilmente, anche un pizzico di ironia. Il tutto è quello di una donna che per tutta la vita ha cercato. Il frammento è quello del processo ad Eichmann, che ebbe luogo in Israele nel 1961 e fu narrato ai lettori del New Yorker da un inviato speciale di eccezione, la filosofa ebrea tedesca Hannah Arendt. Le corrispondenze da Tel Aviv, pubblicate sul magazine americano fecero scalpore. 

Eichmann vi si rivelava non come il “mostro” in cui tutti avrebbero voluto identificarlo, ma come un mediocre impiegato del male, un borghesuccio che produceva decine di migliaia di morti come un impiegato di ministero fa passare decine di migliaia di carte, con cura, scrupolo e poca passione. Eichmann tutto era, fuorché anormale.  Quel che diceva Eichmann nel corso delle deposizioni (che nel film sono, in parte, riprese da filmati d’epoca) e il modo in cui lo diceva, tracciava il quadro di una persona che sarebbe potuta essere chiunque: un impiegato del male che «nemmeno riusciva a immaginare che cosa stesse facendo». La domanda che domina i dialoghi sul «male» di Eichmann è tutta qui: come si può riconoscere il crimine se si è sino in fondo dentro il crimine? Come si può riconoscere il male, se esso è l’unico orizzonte in cui ci si muove?



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