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LETTURE/ Perché Dossetti "divide" ancora la Chiesa?

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Cosa ha a che fare questo carisma con quello che è stato chiamato l’integrismo di Dossetti?
Io sono tra coloro che pensano che l’integrismo non esista. È integrista chi pensa di poter tramutare automaticamente una visione religiosa o ideologica in un’azione in quanto tale prescrittiva e unica. Questo in Dossetti non c’è mai; in lui il discorso è sempre personale, e come tale contiene in sé questa istanza, ma non pensa che essa debba per ciò stesso tradursi nella società. Se invece per integrismo intendiamo il prendere molto sul serio il compito che una personalità ritiene esserle affidato dalla storia o dalla coscienza, questo è tipico di di tutti i carismatici che − come diceva Max Weber − hanno un dàimon che li porta a non trascurare mai ciò che ritengono la loro missione.

C’è un pensiero politico di Dossetti?
Ebbe delle intuizioni, anche prese da varie fonti, e rielaborate in modo personale, ma non c’è una teoria politica «dossettiana». Diciamo che rimane un suo personale approccio alla politica filtrato attraverso la sua interpretazione della fede e della realtà. Come forse non tutti sanno, Dossetti ha scritto pochissimo, ma predicato molto. Anche questo è atipico rispetto al suo tempo, un periodo in cui la trasmissione delle idee avveniva quasi totalmente per iscritto. E quello che di lui è rimasto, è costituito per tre quarti da trascrizioni di prediche e conferenze.

Augusto Del Noce notava come la visione dossettiana della storia, e in essa della storia della Chiesa, fosse condizionata dalla dialettica, tipicamente moderna, tra restaurazione e riforma. Lei che ne pensa?
È stato lo stesso Dossetti a mettere nero su bianco questa idea. La sua prima e più importante chiave interpretativa per capire la storia è il fatto che alle grandi trasformazioni storiche è sempre corrisposto, e deve corrispondere, una grande trasformazione nella Chiesa. Così è stato dall’epoca imperiale romana al Concilio di Trento, fino all’ultima grande trasformazione in ordine di tempo ossia il grande cambiamento determinatosi con il secondo conflitto mondiale. Quindi ad un cmbiamento nella cultura generale deve corrispondere una trasformazione nella cultura della Chiesa, che, essendo un messaggio − il Vangelo − rivolto agli uomini, è con quel tipo di cultura che deve parlare.

Dunque esiste la possibilità che ci sia nella Chiesa una non perfetta adeguazione ai tempi che stiamo vivendo.
Sì, ma non nel senso che la Chiesa deve come si suol dire «andar dietro» a quello che pensano i tempi; bensì nel fatto che bisogna accogliere le sfide alle quali l’umanità tenta di rispondere in un determinato frangente storico, e ad esse la Chiesa è chiamata a dare una sua risposta. Che non può e non deve essere, necesariamente, la risposta del passato. Qui occorre precisare che Dossetti è un uomo fortemente legato alla tradizione; ritengo anzi che la cosa più lontana in assoluto dal suo pensiero fosse il modernismo. C’è in lui però l’idea che ad ogni sfida nuova la Chiesa deve ripensare il portato della verità; conseguenza del fatto che la rivelazione non è avvenuta una volta per tutte ma continua ad accadere nella storia. La storia presenta continuamente sfide nuove, ma esse rappresentano a loro volta un pro-vocazione per la fede, chiamata ad affrontarle con la rivelazione di sempre.



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