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SPILLO/ Attenti a quegli intellettuali che amano le chiese "silenziose e vuote"

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Chiesa da ricostruire (InfoPhoto)  Chiesa da ricostruire (InfoPhoto)

Che senso ha la fede cristiana per la nostra vita? L’invito a riflettere viene dalla lettura di un importante articolo di Pietro Citati, “Elogio delle chiese silenziose e vuote. La fede solitaria al posto di quella solenne, il vero cristianesimo” (Corriere della Sera, 28 gennaio, p. 24). Il titolo non è dei più chiari: a quale “fede” si lega l’apposizione il “vero cristianesimo”? A prima vista, alla “fede solenne”. Tuttavia, l’elogio “delle chiese silenziose e vuote” favorisce l’aggancio alla “fede solitaria”. 

Citati osserva che i cristiani sono sempre meno, ma questo non vuol dire che il cristianesimo si stia estinguendo. Vale anzi l’inverso: mai come oggi i cristiani leggono “i Vangeli e le migliaia di libri, che la fede e la tradizione hanno ispirato durante quasi venti secoli”. Se ne sono andati coloro che “veneravano il Cristo perché così volevano il potere e la società”. Beh, “veneravano”… diciamo “adoravano”, che è meglio (adoramus te, Christe, et benedicimus tibi, quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum): si onora la Madonna, si venerano i santi. Cristo non è soltanto un santo e non è soltanto un grande uomo. Così, almeno, si insegnava ai tempi della “fede solenne”. Quella “solitaria”, non so. Intanto, essendo “solitaria”, non potrebbe usare il “noi”, ma solo un “io”. Non ha un “tu” con cui mettersi a cantare la gloria del Signore. 

Peraltro, cantare non è chic; meglio ascoltare il coro e intanto pensare, riflettere, studiare. Non che lo studio sia cosa brutta, per carità. È che una fede ridotta a lettura di testi è un po’ povera, per chi pretende ragionevolmente di trovare nella fede una risposta a domande che non lasciano tranquilli nella vita: che senso hanno le cose che faccio e quelle che mi succedono? Che senso ha il mio dolore o il mio piacere? Perché devo morire? Perché sono nato? E così altre. La fede che illumina la mia giornata e mi fa vedere un’ipotesi di senso nella mia pena quotidiana; la fede che mi conforta e dà fondamento alla mia speranza di senso; la fede che muove le opere e le rende grandi, anche se sono piccole piccole. 

Certo, la fede si alimenta della lettura dei Vangeli. Viene però da chiedersi: basta leggere e studiare i Vangeli per comprenderli? Non so, mi sbaglierò, ma non avrei capito se non avessi ascoltato e seguito i miei genitori, il parroco, il padre spirituale, gli amici. Certo, leggendo i Vangeli ho raggiunto una migliore – per quanto ingenua – comprensione intellettuale dei contenuti della fede; sono riuscito a dire meglio perché valeva la pena seguire l’invito che veniva da altre persone (familiari, amici). 

Se la fede si rafforza con la lettura e lo studio dei Vangeli, non è detto che lettura e studio bastino alla fede. Felice colui che può leggere e comprendere a fondo il commento di Rudolf Schnackenburg (Johannesevangelium, Herders theologischer Kommentar zum Neuen Testament, 4 Bände, Herder, Freiburg i.B. 1984). 



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