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TOLKIEN/ La lezione di quella Terra in cui si combatte la lotta tra Dio e l'idolatria

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John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973) (Immagine d'archivio)  John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973) (Immagine d'archivio)

La saggezza di Tolkien è affidata alle parole di Gandalf, nella conclusione del Signore degli Anelli, ove dice Altri mali potranno sopraggiungere, perché Sauron stesso non è che un servo o un emissario. Ma non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare. Ma il tempo che avranno non dipende da noiE' questo il manifesto dell'umano realismo, profondamente cristiano, opposto agli incubi di tutte le utopie, con le loro promesse ingannatrici e illusorie.

Aveva ben ragione Tolkien di difendersi dalle accuse di escapismo, cioè di disimpegno, rivolte - del tutto a torto - alla sua opera. Non è, il mondo descritto nella Terra di Mezzo, quello in cui fuggire disertando dai propri obblighi e dai propri impegni, ma è invece la propria patria autentica, la propria casa accogliente, attualmente soppiantata e soffocata dai pessimi risultati della modernità figlia delle utopie ideologiche. E' il mondo, come ebbe a dire lo stesso Tolkien, della coraggiosa evasione del prigioniero, non della fuga pavida del disertore. Si accede alla Terra di Mezzo, ci si inoltra in essa, per realizzare un cammino attraverso il quale si diviene autenticamente sé stessi, eliminando il superfluo e facendo emergere la nobilis forma, la forma nobile dell'uomo, liberata da ogni grossolanità e impurità, che può così rivelare la propria origine divina. Il compito della vita consiste nel sanare ciò che è malato, sconfiggere ciò che è sordido, elevare il proprio spirito, nella condizione in cui ciascuno è chiamato ad esistere, riconciliando la propria natura con quel dono proveniente dal divino che possiamo chiamare grazia.

Tolkien ebbe a precisare cosa intendeva rappresentare nel conflitto tra il bene e il male, in una lettera a proposito del significato del suo capolavoro: Ne Il Signore degli Anelli il conflitto fondamentale non riguarda la libertà, che tuttavia è compresa. Riguarda Dio, e il diritto che Lui solo ha di ricevere onori divini. E’ il conflitto tra Dio e l'idolatria, che ha molte forme di espressione, anche subdole. E’ il conflitto tra Gandalf e Saruman, tra colui che serve umilmente “il fuoco segreto”, ovvero la verità, e l’opportunista narcisista che si vuole auto-innalzare, che nella propria celestiale superbia si arroga quei diritti, quei poteri, che non gli appartengono.

Questa è forse la più importante eredità lasciataci da Tolkien nelle sue storie, nelle sue avventure, nei suoi piccoli eroi: ricordarci che - come ebbe a scrivere - un cristiano era (ed è) come i suoi avi, un mortale rinchiuso in un mondo ostile”, e in questa realtà bisogna tenere a bada l’oscurità non con il potere, ma con umili gesti quotidiani di bontà e di amore.



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