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TOLKIEN/ La lezione di quella Terra in cui si combatte la lotta tra Dio e l'idolatria

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John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973) (Immagine d'archivio)  John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973) (Immagine d'archivio)

3 gennaio 1892: a Bloemfontein, nello Stato Libero di Orange, Sudafrica, nasceva John Ronald Reuel Tolkien, figlio primogenito di una coppia di inglesi da poco tempo trasferitisi per lavoro nella lontanissima colonia britannica. 121 anni dopo il nome di Tolkien continua a risuonare, continua a significare Fantasia, Mito, Avventura. Un anniversario che quest’anno coincide con l’uscita del film di Peter Jackson The Hobbit, tratto dal libro con cui Tolkien esordì in campo letterario 75 anni orsono. Senza quel buffo personaggio, lo Hobbit, intorno al quale aveva costruito il suo primo romanzo, probabilmente tutto l’universo fantastico che Tolkien andava elaborando da anni non avrebbe mai conosciuto la pubblicazione: il timido professore avrebbe continuato a scrivere a matita sui suoi quaderni storie di elfi, di ascese e cadute di antichi regni, storie mitiche collocate in epoche arcaiche che quasi sicuramente nessun editore avrebbe mai pubblicato.  

Il film, apprezzato ma anche discusso e al centro di diversi dibattiti nel mondo degli appassionati, degli esperti, e anche dei familiari ed eredi del grande scrittore inglese, ha avuto in ogni caso il merito di aver riportato ancora una volta al centro dell’interesse uno scrittore straordinario e mai troppo conosciuto e valorizzato a sufficienza.

Grazie a Dio oggi sono completamente scomparse quelle letture ideologiche che per lunghi anni avevano cercato di offuscare la bellezza e la grandezza di quest’opera letteraria. Polemiche che in Italia si erano trascinate fino all’uscita del primo film di Jackson, quando la stampa di sinistra, quasi obbedendo ad un riflesso condizionato di tipo pavloviano, rilanciò le trite accuse di “fascismo” mosse a Tolkien fin dagli anni 70. Ma nel 2001 furono gli stessi lettori a spernacchiare i loro quotidiani, come accadde al Manifesto che si vide subissare di messaggi di lettori che invitavano a smetterla di dare etichettature surreali ad un autore che essi avevano letto ed amavano. Già, perché le diatribe “politiche” erano il frutto di una “non-lettura” bipartisan. Non lo avevano letto a sinistra, dove lo immaginavano “fascista” solo perché parlava di eroismo, di bene e di male, e non lo avevano letto nemmeno a destra, dove sedicenti esperti vaneggiavano di un’etica “indo-aria”, di valori guerrieri, senza accorgersi che gli eroi principali erano dei piccoli, degli umili, gli Hobbit, appunto.

Poi, grazie anche al lavoro di chi Tolkien lo aveva studiato, insieme al suo mondo culturale, attingendo alle fonti della sua vita e di tutta la sua opera, venne messa in luce anche la sua profonda religiosità, che costituisce il punto focale della sua opera.



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