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BAUDELAIRE/ Solo una Pietà può "guarire" la nostra parola impotente

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Jean Metzinger, Au vélodrome (1912) (Immagine d'archivio)  Jean Metzinger, Au vélodrome (1912) (Immagine d'archivio)

È la grande condizione d’impresa in cui si muove e agita la modernità, a fronte della quale facilmente si possono individuare i molteplici tradimenti della scrittura. Non meno dell’Assoluto, non meno di tale rivelazione. È lo scoglio contro cui si è imbattuta la poesia: ogni verso, nell’atto stesso della scrittura, mette a rischio sé stesso, la propria esistenza. In ogni istante la parola è sul punto di rimanere soffocata, sconfitta, non detta (si ricordi il drammatico tormento di Stéphane Mallarmé di fronte alla pagina bianca, o il singhiozzare frammentato di uno scrittore a noi più recente come Giovanni Testori). 

La poesia deve sorgere, nascere ancorata all’indicibile, per renderlo immagine, lettura, esperienza, e per colmare quell’infinito di cui siamo fatti, e di cui tutta la realtà è richiamo. Così, osservando una donna passare per la via, e lentamente allontanarsi, scomparire, Baudelaire scrive: “O fuggitiva / beltà, per il cui sguardo all’improvviso / sono rinato, non potrò vederti / che nell’eternità?” (A una passante). Un lampo che si accende nella notte, e promette un rincontro, un ritorno al luogo da cui proveniamo. E che la parola deve provare a dire: “Amo le tue abbassate sopracciglia, / o pallida beltà, da cui le tenebre / sembrano quasi scorrer giù, ed i tuoi / occhi, benché nerissimi, m’ispirano / pensieri che non sono affatto funebri” (Le promesse di un volto).

Così il poeta parte, per poter dire, affermare, intuire. Ma ciò che egli incontra non è il nuovo, non è lo sconosciuto, ma la medesima Angoscia, la noia da cui è soffocato, l’insoddisfazione in cui è ricacciato. Alla fine del viaggio, resta la coscienza che “abbiamo visto / (per non scordare la cosa capitale) / ovunque e senza averlo mai cercato, / dall’alto fino al basso della scala / fatale, lo spettacolo noioso / dell’eterno peccato”. L’uomo è uno sconfitto, un vinto, un caduto. La parola non può tanto. Leggendo Baudelaire sorge una commozione per quello che siamo, e per quello che vorremmo essere, per il traguardo a cui aspiriamo, tendiamo, per natura. È così, tutti gli uomini hanno questa aspirazione, questo ideale, “ipocrita lettore, − o mio simile, − o fratello!”. È quella tensione del ciclista, del secondo, dell’inseguitore, alla ruota davanti. È quello sporgersi oltre noi, oltre il nostro limite. Prima di cadere, sconfitti e vinti.

Oppure prima che una Pietà si faccia noi incontro: “Sono l’ultimo, il più solitario degli uomini, privo d’amore e d’amicizia, e per questo inferiore al più imperfetto degli animali. E tuttavia sono fatto, io pure, per comprendere e per sentire l’immortale Bellezza! Ah! Dea! Abbi pietà della mia tristezza e del mio delirio” (Il folle e la Venere, da “Lo spleen di Parigi”).



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