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BAUDELAIRE/ Solo una Pietà può "guarire" la nostra parola impotente

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Jean Metzinger, Au vélodrome (1912) (Immagine d'archivio)  Jean Metzinger, Au vélodrome (1912) (Immagine d'archivio)

Gli ultimi metri della Parigi-Roubaix. Jean Metzinger riprende, nel celebre dipinto “Al velodromo” (1912), la grande rincorsa di un “secondo”, il possibile sorpasso di un inseguitore. Col corpo teso sul manubrio, in uno scatto di nervi e muscoli, mentre la ruota del fuggitivo si avvicina sempre più. Insieme al traguardo. E poco importa se, infine, il tentativo riuscirà. Se quella vertiginosa scalata avrà successo. La linea d’arrivo, d’altronde, è fuori dal quadro, sempre più in là, oltre il raffigurato. Ciò che emerge, invece, è lui, il ciclista, nell’atto del sorpasso, della tensione, del raggiungimento. Potrebbe cadere un secondo dopo, inciampare proprio quando sembrerebbe fatta. Resterebbe, però, il quadro: quell’elevazione del tutto umana, la propria spinta al limite.

“Sempre il mare, uomo libero, amerai! / perché il mare è il tuo specchio; tu contempli / nell’infinito svolgersi dell’onda / l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito / non meno amaro” (L’uomo e il Mare). Charles Baudelaire, osservando la noia, il tedio “ingoiare il mondo in un unico sbadiglio”, riconosce nell’uomo, quale più alta possibilità, maggiore tentativo, la partenza. Ovvero la ricerca, l’esplorazione delle regioni perdute. Da qui prende avvio la stagione più significativa della modernità poetica, il simbolismo francese. La parola poetica, in quanto creatura dell’immaginazione (“la più scientifica delle facoltà umane”), dove immaginazione significa ri-creazione in unità armonica di frammenti sparsi, deve tendere all’ideàl, all’Assoluto. Restituirlo in immagine, dopo la visione, dopo il raggiungimento. “È un tempio la Natura ove viventi / pilastri a volte confuse parole / mandano fuori; la attraversa l’uomo / tra foreste di simboli dagli occhi / familiari” (Corrispondenze). Tutta la realtà, disarmonica e frammentata, ci dice di un legame analogico con l’Oltre, con l’ideale. La parola, così, inizia il proprio viaggio, la rincorsa alla ruota dell’immagine, della vera parvenza, per liberarsi dall’“atroce Angoscia sul mio cranio”, dalla finitezza dell’esperienza. “In alto, sugli stagni, sulle valli, / sopra i boschi, oltre i monti, sulle nubi / e sui mari, oltre il sole e oltre l’etere, / al di là dei confini delle sfere / stellate, tu, mio spirito, ti muovi” (Elevazione). 

Ma perché partiamo? L’uomo (Baudelaire parla sempre di tutti noi, di una condizione, della nostra natura) è scolpito, scavato da una brama, da un desiderio che supera ogni possibile risposta, raggiungimento: “E andiamo sul finito degli oceani / cullando l’infinito nostro”, e sempre rimane insoddisfatto, nulla colmandolo. Perciò l’unica via d’uscita è oltre il Tempo, il traguardo al di là del quadro e del crinale, l’Assoluto da cui pur veniamo, e da cui siamo separati, divisi. La parola poetica, d’ora in poi, deve cogliere, intuire, toccare l’ideale. 



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