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STORIA/ Moro, Berlinguer e quel "compromesso" di cui c'è ancora bisogno

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Enrico Berlinguer e Aldo Moro (Immagine d'archivio)  Enrico Berlinguer e Aldo Moro (Immagine d'archivio)

Come linea politica dettata in origine da una lunga riflessione interiore di Berlinguer, poi diffusa all'opinione pubblica italiana attraverso tre suoi pezzi apparsi su Rinascita (usciti tra il 28 settembre e il 12 ottobre del 1973) dopo i drammatici avvenimenti del golpe cileno, e in singolare concomitanza con il drammatico frangente dell'attentato subito dal leader comunista a Sofia il 3 ottobre del medesimo anno (sui cui peraltro ancora si discute in chiave storiografica), il compromesso storico si configurò dall'inizio piuttosto come un patto esterno, comunque non di mera desistenza, ma di astensione costruttiva e solidarietà nazionale da parte del Pci, che incontrava – in un crescente idem sentire programmatico – le posizioni tattiche del "campione" cattolico dell'apertura a sinistra, quell'Aldo Moro che non a caso avrebbe poi pagato di persona il suo ruolo chiave nel dialogo aperto tra centro e sinistra in Italia. 

I fatti più concreti prodottisi nell'agenda politica nazionale furono così costituiti dall'astensione dei comunisti praticata nei confronti del governo presieduto da Giulio Andreotti tra il 1976 e il 1977, il suo terzo, anche indicato appunto come "monocolore della non sfiducia". I fatti di via Fani – prodottisi proprio nel giorno in cui il parlamento si sarebbe dovuto esprimere sulla fiducia a un nuovo governo Andreotti di profilo decisamente più consociativo – e la fine di Moro, avrebbero di fatto posto fine ad un processo di avvicinamento e legittimazione che in concomitanza aveva visto il Pci toccare il suo massimo storico elettorale, e ottenere la nomina a presidente della Camera di Pietro Ingrao. Sul piano strettamente istituzionale, il compromesso funzionò però ancora – proprio sull'onda emotiva dell'omicidio di Moro e la paura di una crisi civile – attraverso proprio quella solidarietà nazionale assicurata ancora dal Pci al governo delle "convergenze programmatiche" del 1977, ed a quello successivo monocolore Dc della "solidarietà nazionale", fino alle dimissioni di Andreotti nell'estate del 1979.

In fondo, il progetto di Enrico Berlinguer, a cui aveva aderito anche se provvisoriamente gran parte della classe dirigente democristiana, prendeva le mosse dalla constatazione che l'Italia stava allora versando in uno stato di precarietà civile e istituzionale non molto dissimile da quello che si era prodotto all'indomani dalla fine della guerra e che aveva prodotto i governi De Gasperi di unità nazionale partecipati da tutte le forze dell'arco costituzionale. Senza dubbio le due crisi erano da considerarsi contestualmente diverse: la prima aveva rappresentato una fase in cui il paese si era proteso coraggiosamente per elevarsi dalle macerie, materiali della guerra mondiale, e spirituali della guerra civile con cui si era conclusa la stagione fascista; la seconda crisi, il momento in cui l'Italia si era scoperta attraversata da una paura serpeggiante di involuzione sociale ed economica. 



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