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40 ANNI DOPO/ L'illusione di Berlinguer e la "vittoria" di Aldo Moro

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Parata militare a Mosca (Infophoto)  Parata militare a Mosca (Infophoto)

Il "compromesso storico", pertanto, non rappresentava una soluzione alla crisi del sistema dei partiti – non era, cioè, un nuovo "sbocco politico" all'ingessata democrazia italiana a cui mancava la fisiologica dinamica dell'alternanza – ma si presentava come l'ennesimo tentativo di costruire una "società nuova", questa volta frutto dall'incontro tra il mondo comunista e quello cattolico, che si innestava sia sulla linea teorica del gramscismo che su quella tattica e strategica del togliattismo.

In altre parole, la proposta berlingueriana era l'ultimo prodotto, seppur riattualizzato, della tradizione politica del comunismo italiano e che, proprio per questo, non aveva nel suo orizzonte politico-simbolico alcun significato istituzionale che potesse contribuire a modificare la democrazia dei partiti arrivando, per esempio, a proporre una "grande coalizione" o un "governissimo".

A questa originaria proposta di Berlinguer si aggiunse e, anzi, si sovrappose, tra il 1975 e il 1976, l'elaborazione politica di uno dei più importanti leader della Dc, Aldo Moro, il quale iniziò a parlare, sempre più insistentemente, di "una terza fase per la Democrazia cristiana" che avrebbe dovuto aprire nuovi scenari per l'intero sistema politico italiano. L'affermazione dei movimenti giovanili e delle donne, il referendum sul divorzio del 1974, la polarizzazione del voto in pochi partiti – la Dc, il Pci e il Psi nel 1976 raccolsero più dell'80% dei consensi – e un generale spostamento a sinistra dell'elettorato italiano, avevano messo in luce, inequivocabilmente, un deficit di rappresentanza della Dc sulla società italiana, oltre che una fase di stallo di tutto il sistema dei partiti.

È in questo controverso quadro politico – caratterizzato dall'impossibilità di nuovi equilibri politici – che nasce il governo "solidarietà nazionale", o della "non sfiducia", il quale traeva una importante legittimazione politica dall'emergenza terroristica che stava insanguinando il Paese. 

Nel 1978, alla morte di Moro, il giurista e politico democristiano Roberto Ruffilli – che sarebbe stato ucciso anch'esso dalle Brigate Rosse dieci anni più tardi, nel 1988 – sostenne che la "terza fase" prospettata da Moro non era altro che l'esigenza di una "stabilizzazione della democrazia pluralistica" che avrebbe dovuto portare "ad una compiuta democrazia dell'alternanza". Nulla a che vedere, quindi, con la "società nuova" auspicata da Berlinguer, né tantomeno con l'idea di un "compromesso storico", la cui eccezionalità "storica" era tale solo in virtù del contesto internazionale caratterizzato dall'ordine di Yalta, ovvero il duopolio Usa-Urss.



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