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NOBEL LETTERATURA/ Alice Munro, così la parola crea il mondo

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Alice Munro (1931) (Immagine d'archivio)  Alice Munro (1931) (Immagine d'archivio)

Nella sua balbettante lingua geopolitica, la Reale Accademia di Svezia premia un illustre epigono della short story nordamericana, l'ottima Alice Munro, donna e canadese e dunque non statunitense, erede di una tradizione che comprende tra gli altri - per restare nel Nuovo Continente - nomi come quelli di Ernest Hemingway, Flannery O'Connor, John Cheever, Truman Capote, Raymond Carver. Inoltre, come la O'Connor, Cheever e Carver, anche la Munro non si è quasi mai avventurata fuori da questo difficile genere, che gli storici fanno risalire ad Anton Pavlovic Cechov.

È difficile descrivere in poche righe l'arte della Munro. Il racconto breve - genere poco frequentato nell'Europa delle ideologie e dei romanzi - è stato coltivato dalla Munro con una dedizione lunga una vita. 

La sua difficoltà è estrema poiché, tecnicamente, non ha punti d'appoggio. Un romanzo può appoggiarsi sulla storia che racconta, sull'equilibrio della trama, sulla psicologia dei personaggi, sulle grandi tematiche che solleva, sulla forza delle descrizioni. 

Viceversa, la short story acquista forza proprio tramite l'esiguità di tutte queste cose: una vicenda ridotta al minimo, personaggi più suggeriti che scolpiti, tematiche esili quando non inesistenti o impalpabili. Basta leggere il totem di questo genere, Colline come elefanti bianchi di Hemingway, poche paginette che costituiscono uno degli eventi fondamentali nella storia della letteratura. 

Il racconto breve si sviluppa in spazi che gli somigliano: l'anonima provincia, una campagna sempre uguale, lunghe distanze, poche memorie, poca storia. Nell'Europa piena di monumenti la short story ha vita più difficile.

Inferiore a O'Connor e Carver ma senz'altro superiore a Cheever, Alice Munro è stata ed è una maestra di questo genere. La sue vicende, i suoi ritratti si consumano in un'apparente uguaglianza di toni. Spesso, come nei racconti di Carver, sembrerebbe non succedere nulla, la violenza della vita quotidiana attraversa spesso crudelmente le sue pagine ma occorre fare attenzione per sorprendere la devastazione, il disastro, e anche le lievi accensioni, i sorrisi. 

Come il Profondo Sud della O'Connor o l'estremo nordovest Usa di Carver, la sua terra è l'Ontario. La differenza tra Canada e Usa è la prima cosa che colpisce il lettore: non tanto per il paesaggio, quanto per la vita dei suoi abitanti: una vita più povera, più destrutturata, più approssimativa. 

Ma colpisce più di tutto l'obbedienza della scrittrice a un ordine di scrittura così ferreo che spesso sembra che le storie stesse che racconta non preesistano alla loro stesura, nemmeno nella mente dell'autrice, ma per così dire nascano e si sviluppino come altrettanti temi musicali. Una frase ne genera un'altra, da un'immagine se ne sviluppa un'altra. La parola non è un mezzo per dire la cosa, ma la incarna totalmente.



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