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LETTURE/ Lo sguardo di un bambino redime la nostra vergogna

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Per le strade di Napoli (Infophoto)  Per le strade di Napoli (Infophoto)

Ma non si tratta di elencare mostri o di misurare atrocità, perché l'orrore non ha misura, come sapevano due auctores della Ortese, Conrad e Virginia Woolf: rievocando la genesi del libro, la scrittrice dice di aver scelto tra misura e visione, e di aver preferito la visione.

La prosa della Ortese, intinta nel veleno dell'accusa e, insieme, in una grazia stravolta, sembra toccare i vertici di alcune pagine di Kafka, Borges, Dickens o forse ancora di più del Manzoni dei capitoli sulla peste. Ma come nei maestri, la scrittrice non si arrende all'orrore, rendendo testimonianza a qualcosa ancora più forte dell'intollerabile visione. Accade nelle ultime pagine del racconto, quando l'autrice si sofferma su una bambina di due anni, muta e dal corpo scheletrito. Giace in una culla ricavata da una cassetta di Coca Cola, in un lettino privo di biancheria, sotto una giacca da uomo, incrostata e dura. Il viso è delicato e bianchissimo, "illuminato da due occhi dove brillava l'azzurro della sera, intelligenti e dolci". Solo una volta aveva visto la luce del sole, restandone stupefatta. Anche ora, allo sguardo dell'autrice, la bambina "era meravigliata: i suoi dolci occhi scrutavano di volta in volta il soffitto altissimo, le pareti verdastre, si ritraevano e tornavano continuamente sul raggio della lampada, che forse le ricordava qualcosa. Non vi era in essi tristezza e neppure dolore, ma il senso di un'attesa, di una pena scontata in silenzio, con la sola vita di questa attesa, di una cosa che poteva venire di là da quei muri immensi, da quell'alta finestra cieca, da quel buio, quel tanfo, quel sentore di morte". 

Il lettore può riandare alle pagine che il poeta di un altro orrore, Primo Levi, dedicò al piccolo Hurbinek ne La tregua e a quell'infanzia violata dalla Storia. Ma ci sembra che questa pagina di Anna Maria Ortese abbia la stessa natura del finale, splendido, de Le città invisibili di Italo Calvino. Di fronte al grande imperatore, per il quale "tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale", Marco Polo risponde: "L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventare parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio".

Anna Maria Ortese chiude il suo reportage dal profondo dell'inferno, dove ha visitato le anime della città involontaria, indugiando su una bambina in cui, più forte della desolazione, vive l'attesa "di una cosa che poteva venire di  là da quei muri immensi".



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