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NO TAV/ Il "cortocircuito" della democrazia comincia in Val di Susa

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Protesta violenta in piazza (Infophoto)  Protesta violenta in piazza (Infophoto)

Ciò che interessa non è tanto la domanda, pur importante e fondamentale, su chi dei due attori, i No Tav oppure il governo, avrebbe dovuto proporlo, ma piuttosto perché nessuno dei due lo abbia ancora fatto. Forse così si sarebbe riusciti a contribuire alla formazione della volontà politica più all'interno dei processi formali della democrazia stessa – e ciò prima che la Val di Susa si prestasse a diventare la piattaforma legittimatrice  di quella violenza anarchica ed autonomista radicale. Se proprio in Italia certe forme di protesta duratura evolvono con particolare propensione in azioni violente di antagonismo radicale, allora il rafforzamento democratico e la responsabilizzazione della popolazione dovrebbero essere tra le prime priorità. Quello di interpretare un'elezione regionale o persino nazionale come un referendum su una questione specifica, oppure di identificare il referendum con il conteggio delle persone che si radunano alle manifestazioni, peraltro in decrescita drammatica rispetto agli inizi, non sono modi di valorizzare la democrazia.

Evidentemente, alla questione di un eventuale referendum sono connesse molte questioni specifiche. Innanzitutto non dovrebbe essere realizzato soltanto nelle province della Val di Susa stessa, ma dovrebbe estendersi almeno a livello regionale, data la portata strategica ed economica del progetto. Tramite un tale strumento si sarebbe potuto porre definitivamente fine ad una protesta che, proprio con il suo dilagarsi, ha la potenzialità di logorare la forza della democrazia stessa. 

Afferma Cacciari giustamente, proprio con riferimento alla Val di Susa, che "la democrazia non è un'assemblea permanente". Il coinvolgimento della popolazione nel processo politico avrebbe aiutato senz'altro a distinguere meglio la protesta civile e le manifestazioni legittime dalle forze violente provenienti da quel gruppo assolutamente minoritario di radical-anarchici e autonomisti, che in parte come black blocs si oppongono al sistema con l'uso della violenza, legittimando qualsiasi forma di escalation. Forse, qualcuno obietterà, in questo momento è troppo tardi per ricorrere allo strumento democratico del referendum. Questa è una valutazione politica. Ma valga pure come ragionamento politico-etico, e quindi in un certo senso come "lezione" da imparare dal caso della Val di Susa, per il futuro.

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