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LETTURE/ E Mozart finì in una fossa comune. Vizi e virtù del copyright

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Veniamo alla funzione del copyright. La sua esigenza è quasi intuitiva. L’opera dell’ingegno è legata al suo autore da un vincolo inscindibile. Il libro è del suo scrittore, un brano musicale del suo compositore, il quadro del suo pittore. Quale che sia la circolazione degli esemplari dell’opera dell’ingegno, il vincolo originario tra essa e il suo autore rimane intatto. Il copyright attribuisce al suo titolare diritti morali e patrimoniali e ha elementi comuni con il diritto di proprietà, per il suo carattere assoluto (vale nei confronti di tutti) e perché all’autore è attribuito il diritto di escludere gli altri dall’utilizzo del suo lavoro. La scuola anglosassone inquadra il diritto d’autore come una forma di monopolio per via dell’attribuzione a un numero determinato di soggetti di un diritto esclusivo utile ad assicurare la “fornitura” delle informazioni e delle espressioni che la collettività ha necessità di utilizzare. Più in generale, la funzione classica del copyright è quella di attribuire un vantaggio patrimoniale agli autori, che attraverso il premio economico sono incentivati a svolgere le loro attività creative. Questa visione è messa in discussione da una buona parte degli studiosi anglosassoni, tenuto conto dei molteplici fattori naturali che favoriscono l’elaborazione culturale. Rimane che il lavoro di ideazione delle espressioni è stato sempre condizionato dai suoi mezzi di finanziamento, che in passato erano in mano a pochi soggetti economicamente e politicamente egemoni. Così, ad esempio, Mozart fu sepolto in una fossa comune nell’indifferenza dei suoi “padroni”, o a Boris Pasternak fu impedito di ritirare il suo premio Nobel nel 1958. La conclusione che si può trarre è che i processi naturali di creazione e la loro incentivazione economica si accompagnano, influenzandosi a vicenda. Nel “brodo primordiale” delle idee è stato inserito un innesto artificiale per agevolare la loro affermazione: perché mai dobbiamo escluderlo?

La disputa intellettuale intorno al copyright può farsi risalire al Settecento, quando si affrontarono Kant e Fichte nei confronti di Reimarus intorno all’editoria pirata. Secondo Kant, l’editoria è un’attività conducibile nel nome dell’autore "che l’editore rappresenta al pubblico come discorrente per suo tramite". L’autore detiene così il diritto inalienabile (ius personalissimus) di discorrere con il pubblico per il tramite dell’editore legittimo. Kant pone l’editoria pirata fuori dal diritto perché con essa viene leso il diritto assoluto dell’autore e il lavoro dell’editore legittimo viene reso inutile da quello pirata che diffonde i suoi libri presso lo stesso pubblico del primo. Reimarus, filosofo e commerciante, la vede diversamente, affermando l’utilità dell’editore pirata, che si limita a scegliere opere che hanno una domanda tanto grande che non può essere interamente sodisfatta dall’editore legittimo, non sottrae quote di mercato a quest’ultimo perché applica prezzi che sono sostenibili per lettori che altrimenti non procederebbero all’acquisto dei libri legittimi, estende il desiderio di leggere allargando il mercato anche a favore dell’editore legittimo. Argomenti tutti modernissimi, cui ribatte Fichte, che definisce la funzione economica nel lavoro intellettuale sostenendo che "il denaro non è che la compensazione per ciò che il maestro deve dare a tutti quelli che cacciano, pescano, cuciono e mietono il raccolto mentre lui pensa per gli altri". Fichte ritiene che la cultura sia libera "come l’aria e l’etere", il cui accesso va garantito salvaguardando il lavoro dell’autore e dell’editore legittimo. Tornando a Kant, egli sottolinea la difficoltà del compito degli editori, chiamati a selezionare i lavori degli autori, scartando quelli di scrittori "di penna facile e costantemente pronti" e aggiungendo che "chi attraverso la fabbricazione e il commercio esercita una professione conciliabile con la libertà del popolo è sempre un buon cittadino. Infatti non è un crimine il proprio tornaconto, se non contraddice alle leggi di polizia".



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