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LETTURE/ E Mozart finì in una fossa comune. Vizi e virtù del copyright

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L’introduzione del saggio si apre con un aneddoto relativo alla consapevolezza di allievi di un master postuniversitario sull’utilizzo dei contenuti digitali. Tutti scaricano gratuitamente, ritenendo che un bene intangibile come un file musicale, a differenza di uno fisico come un cd, sia disponibile gratuitamente. Questa distinzione è importante, poiché attraverso la digitalizzazione dei contenuti artistici, riproducibili molto facilmente in rete, i loro titolari faticano a controllarne la circolazione. Il successo di internet è peraltro contrassegnato da una estrema concentrazione del relativo mercato, i cui protagonisti sono gli editori e i produttori di contenuti culturali da un lato e l’industria della tecnologia (operatori come Google o gli internet service provider) dall’altro, che generalmente si fronteggiano. La rete non può difatti vivere senza contenuti e la lotta per il loro controllo e la loro diffusione è aspra, anche in nome di principi universali come quello della libertà di espressione. In questo contesto si ricorda che la normativa in materia di copyright, che trae origine dalla Convenzione di Berna del 1886, segna la tutela automatica (priva di formalismi) delle opere d’autore. Questa condizione fa sì che vi sia una massa sterminata di lavori artistici protetti, con la conseguente contrazione di quelli in pubblico dominio, utilizzabili da tutti. L’assetto che ne scaturisce conduce al dibattito sulla validità di questo modello, anche di fronte al massiccio fenomeno della pirateria. Nulla di diverso dal copyright è stato a oggi sperimentato, seppure il sistema va aggiornato per equilibrare gli interessi dei soggetti in gioco, sempre tenendo al centro il ruolo degli autori e dei loro editori che garantiscono l’avanzamento del pensiero artistico e culturale.

La marcia costante verso la creatività - L’attività creativa è un processo naturale favorito da elementi come la presenza nelle città di un numero elevato di soggetti che si scambiano informazioni, dalla sperimentazione dell’“adiacente possibile” («un insieme di nessi causali da intrecciare per reinventare il presente»), dall’associazione casuale di idee (come quando svolgendo una ricerca ci imbattiamo in qualcosa di estraneo che ci incuriosisce per poi tornarci utile), dall’“exattazione” (nel momento in cui il processo creativo trae vantaggio dal prestito di soluzioni ideate per certi scopi, che vengono rimescolate e adattate per fini diversi), dai cambiamenti di paradigmi (attraverso la soluzione di “rompicapo” per portare avanti i differenti generi artistici) e dallo stesso errore che conduce a soluzioni innovative inaspettate. Esistono altri elementi fondanti la capacità creativa, tra cui il «desiderio di ognuno di affermare la paternità di una nuova idea e rivendicarne la proprietà», come ha spiegato Thomas Jefferson in una sua lettera del 1813. Da questa tendenza naturale scaturisce anche il copyright, che sottopone a protezione non le idee, ma la loro espressione originale riportata su un supporto tangibile (anche digitale). Non sono quindi appropriabili i “mattoncini creativi”, ovvero lo stock di idee ricorrenti (l’amore, il dissidio, o la passione politica) su cui si basano tutti gli autori per creare le loro opere. Il copyright ha importanti eccezioni per permettere la libera espressione del pensiero, come il diritto di citazione per fini educativi o giornalistici o quello di parodiare opere esistenti (spesso a fini politici) per «permettere la collisione di opinioni diverse e avvicinarci alla verità».

La rete gioca un ruolo fondamentale nella diffusione e fruizione di informazioni ed espressioni artistiche e autori come Kelly, Lessig e Benkler ne hanno esaltato le potenzialità e la stessa capacità di autogenerazione delle espressioni. Scrive Benkler: "Per la prima volta dalla rivoluzione industriale il capitale fisico necessario per agire in modo efficace nei settori fondamentali delle economie più avanzate – e l’informazione è ormai centrale nell’economia globale – è distribuito tra la popolazione. Questo fatto crea una nuova realtà economica". Tale pensiero si salda con la teoria dei commons secondo cui i modelli di produzione basati sullo sfruttamento dei beni comuni (e quindi liberi a tutti) sono sempre preferibili ai meccanismi di mercato e del controllo statale. Questa visione si fa così forte della cultura liberal che afferma l’uso dei beni comuni e di quella del liberismo puro che rigetta gli interventi normativi a presidio dell’economia, come il copyright. La vedono diversamente autori come Manuel Castells e un guru della rete come Jaron Lanier. Quest’ultimo nega la capacità creatrice di internet, ripudiando strumenti collettivi come Wikipedia che non possono sostituirsi alle fonti professionali di comunicazione culturale. Qualsiasi sia la posizione sulla condivisione della ricchezza in rete, è certo che quest’ultima è ormai controllata da parte di pochi soggetti forti (come Google o Amazon), così come già verificatosi per altre invenzioni rivoluzionarie (la radio o la telefonia), inevitabilmente sottomesse al controllo di monopolisti o grandi operatori pubblici e privati.



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