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SOLZENICYN/ Un lager è solo un "campo"? Le sviste di certe traduzioni italiane

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Aleksandr Solzenicyn (1918-2008) (Infophoto)  Aleksandr Solzenicyn (1918-2008) (Infophoto)

Oggi il lettore italiano può conoscere l'opera che segnò il momento più alto del Disgelo, e inaugurò in Unione Sovietica il grande filone della letteratura concentrazionaria, soltanto nella versione di Uboldi, l'unica ancora in commercio.

Questa traduzione appare ormai irrimediabilmente invecchiata, e non per colpa del traduttore: negli anni Sessanta, in Italia, si ignorava tutto, o quasi, del mondo concentrazionario sovietico. Oggi disponiamo di testi storici, letterari, vocabolari del Gulag e dei gerghi della malavita, che consentono di comprendere e rendere con precisione ciò che cinquant'anni fa poteva risultare incomprensibile anche a un traduttore coscienzioso. Ma non si tratta soltanto di un problema filologico – in questo caso, infatti, la filologia non è priva di risvolti ideologici. 

Una giornata di Ivan Denisovič apparve in Italia cinque anni dopo l'edizione Einaudi di Se questo è un uomo, che sanzionò il grandissimo successo del libro di Primo Levi. Forse anche per questo, la parola lager, che ricorre 110 volte nell'originale di Solženicyn, non compare mai nella versione italiana. Qui troviamo soltanto il neutrale "campo", che allontana ogni possibile equazione tra lager tedesco e lager sovietico.

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