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SOLZENICYN/ Un lager è solo un "campo"? Le sviste di certe traduzioni italiane

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Aleksandr Solzenicyn (1918-2008) (Infophoto)  Aleksandr Solzenicyn (1918-2008) (Infophoto)

Ci sono classici della letteratura russa che hanno la fortuna di venire frequentemente ritradotti in lingua italiana (troppo frequentemente a giudizio di F. Dragosei, che ne ha scritto qualche tempo fa sulle pagine del Corriere della Sera). Tra i più amati dalla nostra editoria è sicuramente Dostoevskij: il solo Delitto e castigo conta più di venti versioni, a partire dalla fine dell'Ottocento, quando fu tradotto dal francese; la prima versione integrale dal russo (di A. Polledro) apparve nel 1930; le due ultime nuove traduzioni del celebre romanzo (di E. Guercetti e D. Rebecchini) escono in questi giorni presso Einaudi e Feltrinelli.

Secondo Dragosei, l'editoria italiana oggi predilige i classici perché sono fuori diritti e arricchiscono con poca spesa i cataloghi. È possibile. Restano tuttavia da indagare a fondo i motivi dell'ininterrotta fortuna, sin dagli anni Trenta, di Delitto e castigo rispetto ad altri grandi romanzi dello stesso Dostoevskij – pensiamo a I demoni, L'adolescente, anche all'Idiota… Forse gli editori lo ritengono più facile e soprattutto più commerciabile per gli elementi di romanzo "poliziesco" che ne caratterizzano la trama? 

In ogni caso, le traduzioni tendono a invecchiare nel volgere di qualche decennio. E dunque, per la natura stessa di quell'arte minore che è la traduzione, ogni 20-30 anni converrebbe ritradurre i grandi autori del passato, perché possano continuare a essere letti. Esistono, ovviamente, eccezioni a questa regola. Possiamo scommettere che resteranno "classiche", appunto, per limitarci a qualche esempio dalla letteratura russa, la versione di Rebora di Felicità familiare di Tolstoj, quella di Landolfi della Morte di Ivan Il'ic, e ancora quella di S. Vitale del Dono di Nabokov o, per passare alla poesia, il Lenin di Majakovskij ricreato in italiano da Ripellino…

Nell'attuale panorama editoriale italiano, almeno per quanto riguarda la letteratura russa, il problema davvero urgente non è certo costituito dalle ritraduzioni, quanto piuttosto dalla mancanza di nuove versioni, in particolare dei classici russi del Novecento. Prendiamo il caso, clamoroso, di Solženicyn. 

Nel 1963, pochi mesi dopo la pubblicazione dell'originale in lingua russa, Una giornata di Ivan Denisovic apparve contemporaneamente in due traduzioni italiane, curate rispettivamente da R. Uboldi per Einaudi e da G. Kraiski per Garzanti. In seguito – nell'esilio, e dopo il ritorno in patria, nel 1994 – Solženicyn tornò a lavorare al proprio capolavoro breve e ne mise a punto la versione definitiva, non censurata. Di questo non poté tenere conto neppure la terza traduzione del romanzo breve, curata da C. Spano per Newton Compton nel '93. 



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