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CAMUS/ Come si fa a vivere senza la grazia?

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Albert Camus (Immagine d'archivio)  Albert Camus (Immagine d'archivio)

Nel secondo scritto, un insieme di saggi pervasi da un'ebrezza solare e panica, la felicità risiede per intero in «un giorno di nozze con il mondo». Nello stupendo paesaggio intorno al mare a Tipasa l'incontro tra uomo e natura pare assoluto: «A Tipasa, io vedo corrisponde a io credo», qui «oltre al sole, ai baci e ai profumi selvatici tutto ci sembra futile». È la gioia del sole e del mare, degli odori, del sapore di sale sui corpi cui la natura pare offrirsi nella sua pienezza. La gioventù di Algeri, «questo popolo, gettato tutto nel presente, vive senza miti, senza consolazione. Ha messo tutti i suoi beni su questa terra e rimane così senza difesa contro la morte». L'accettazione dell'attimo presente come della «sola volontà che ci sia data in sovrappiù» consegue al rifiuto di una «felicità sovrumana»: «Non vi è eternità fuori del giro dei giorni». Al peccato contro Dio il giovane Camus sostituisce, nietzschianamente, quello contro la vita: esso è dato dallo «sperare un'altra vita», dal sottrarsi all'implacabile grandezza di questa.

La «curvatura» del destino cui egli piega l'esistenza non è per altro l'esito semplice e lineare di una posizione meramente sensualistica. La giustificazione «estetica» del mondo presuppone, sulla scia de La nascita della tragedia di Nietzsche, il contrasto tra spirito apollineo e dionisiaco, tra l'assurdità di un mondo senza significato, votato alla morte, e il desiderio inestirpabile di amore e felicità propri del cuore. Il plastico dir di sì alla vita non è allora a tutto tondo ma presuppone un'ascesi, l'accoglimento dell'essere anche nelle sue ombre. 

C'è sicuramente in questo voler rinchiudersi nel finito, e quindi nel rifiuto camusiano di Dio, non solo un ostacolo di tipo sensistico-razionalistico, ma anche una ribellione metafisica, una rivolta contro la creazione. Max-Pol Fouchet ha raccontato che un giorno, passeggiando lui e Camus sul lungomare (avevano 15-16 anni) si imbatterono in un assembramento attorno ad un ragazzo arabo ucciso da un autobus. Camus indicando il cielo avrebbe detto: «Vedi, lui tace». Molti anni dopo scriverà nei diari: «Credere in Dio è accettare la morte. Quando avrai accettato la morte, il problema di Dio sarà risolto − e non viceversa». Il tema del dolore unitamente a quello della felicità costituiscono pertanto «il rovescio e il diritto» della vita, il suo no e il suo sì, gli opposti che non devono escludersi ma implicarsi in un cerchio immanente e chiuso. In questa adesione globale all'essere ogni giudizio di valore è precluso, non ha senso in un mondo privo di senso. L'assurdo "fonda" così l'innocenza del mondo − vera condizione per la rivolta metafisica −, il suo essere «al di là del bene e del male». È su questo presupposto che si costituisce la prima trilogia di Camus, quella dell'"assurdo", costituita da un romanzo, Lo straniero, un'opera teatrale, Caligola, e un saggio filosofico, Il mito di Sisifo, apparsi quasi contemporaneamente nel 1942.



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