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CAMUS/ Come si fa a vivere senza la grazia?

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Albert Camus (Immagine d'archivio)  Albert Camus (Immagine d'archivio)

Il tema di fondo, nonostante le apparenti analogie che allora facevano identificare il senso della sua opera con quello di Sartre, era la possibilità della felicità in un mondo senza Dio, privo di significato. Meursault, il protagonista de Lo straniero, vive, fa l'amore, uccide persino, in una totale estraneazione da sé e da gli altri. Solo di fronte al cappellano del carcere, prima dell'esecuzione capitale, si ribella e prende possesso di sé riconoscendo, nel rifiuto di Dio, la felicità che è propria della vita perché assurda. «Come se quella grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo alla tenera indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora».

Ne Il mito di Sisifo ritorna l'equivalenza tra l'assurdo e una felicità possibile. Sisifo, il mitico titano condannato dagli dei a rotolare all'infinito una pietra, è l'eroe «assurdo». Egli «insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch'egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile [...]. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice».

Il ciclo dell'"assurdo" di per sé, nonostante le edizioni delle opere, è pensato prima della guerra. Ad esso segue la trilogia della «rivolta» con al centro La Peste (1947), che riflette profondamente il dramma del conflitto bellico. Il ciclo di Prometeo («La rivolta») continua idealmente quello di Sisifo − la rivolta è anzitutto ribellione metafisica contro la creazione assurda − e tuttavia, dopo l'immane esperienza di male contenuta nella guerra, ciò che entra in crisi è il fondamento di quella rivolta: l'idea dell'uomo innocente. «Col tempo − afferma Tarrou ne La Peste − mi sono semplicemente accorto che anche i migliori non potevano, oggi, fare a meno di uccidere o di lasciar uccidere: era nella logica in cui vivevano, e noi non possiamo fare un gesto in questo mondo senza correre il rischio di far morire. Sì, ho continuato ad aver vergogna, ed ho capito questo, che tutti eravamo nella peste; ed ho perduto la pace». La confessione di Tarrou lo porta da un desiderio di purificazione, alla domanda cruciale «se si può essere un santo senza Dio». Questa domanda è ora al centro dell'intera produzione di Camus. «Che cosa medito di più grande di me − scrive nel '42 −, e sento senza poterlo definire? Una specie di difficile marcia verso una santità della negazione, un eroismo senza Dio, l'uomo puro insomma. Tutte le virtù umane, compresa la solitudine di fronte a Dio. In che cosa consiste la superiorità di esempio (la sola) del cristianesimo? In Cristo e nei suoi santi, nella ricerca di uno stile di vita. La mia opera avrà tante forme quante sono le tappe sulla strada di una perfezione senza ricompensa. Lo Straniero è il punto zero. Idem il Mito. La Peste è un progresso... Il punto d'arrivo sarà il santo».



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