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CAMUS/ Come si fa a vivere senza la grazia?

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Albert Camus (Immagine d'archivio)  Albert Camus (Immagine d'archivio)

Il perseguimento di questa figura ideale si rivela però meta difficile ed ardua e questo proprio in relazione all'approfondirsi del tema del male, del declino dell'idea di innocenza, già operante ne La Peste. La nuova prospettiva raggiunta se non scagiona l'«arbitrio» della Provvidenza divina non giustifica però nemmeno l'uomo, diversamente da quanto accadeva in precedenza in seno all'«assurdo». Riguardo a Dio, dichiarerà in un'intervista del '48, «l'ostacolo fondamentale mi pare che sia il problema del male. Ma è un ostacolo reale anche per l'umanesimo tradizionale. C'è la morte che significa l'arbitrio divino, ma c'è anche l'assassinio che rappresenta l'arbitrio umano. Siamo stretti tra due arbitrii». Nel conflitto tra queste due posizioni sta ora il dramma di Camus. Come scrive nei diari, verso la fine del '49, «chi potrà dire la pena dell'uomo che ha preso le parti della creatura contro il creatore e che, persa l'idea della propria innocenza e di quella degli altri, giudica la creatura, e se stesso, criminale quanto il creatore?». Nel giugno del '47 affermava, riguardo all'amore, che dovrebbe scaturire dalla rivolta, «Ma ciò esige un'innocenza che io non ho più». Nello stesso mese annotava ancora: «Dal momento che non accetto la negazione pura e semplice (nichilismo o materialismo storico) della "coscienza virtuosa", come la chiama Hegel, devo trovare un termine medio. È possibile, è legittimo essere nella storia, appellandosi a valori che vanno al di là della storia?». Ma «In base a che cosa, chi e perché giudicheremo? ... Ah sono le ore del dubbio. E chi può portare da solo il dubbio di tutto un mondo?» 

È dal tormento di questi dilemmi che nasce L'uomo in rivolta (1951) in cui l'esperienza dell'assurdo viene a superarsi a partire da un pensiero «meridiano» il quale pur non fondando valori trascendenti la storia, di fatto li presuppone. Permane la rivolta metafisica, mediante l'accusa di Ivan Karamazov  a partire dal dolore dei bambini innocenti, ma la minaccia che proviene dall'uomo costringe ora ad abbandonare la quieta «indifferenza» di Meursault, l'indifferenza degli stili di vita in forza del non senso del mondo. 

Nel periodo che segue L'uomo in rivolta lo scritto più importante è La caduta (1954). In esso il tema della colpa emerge secondo un'intensità che non ha precedenti nell'opera camusiana. L'innocenza felice di Nozze a Tipasa pare lontana. Come confessa Clamence, il protagonista de La caduta: «Si, abbiamo perduto ... la santa innocenza di chi sa perdonare a se stesso. […] Vorremmo nello stesso tempo non essere più colpevoli e non fare lo sforzo di purificarci [... ] Non abbiamo energia né per il male né per il bene [ ...] Siamo nel vestibolo dell'inferno». Occorrerebbe la grazia. Questa era la pretesa più profonda di Camus: «Senso della mia opera: − scriveva sul finire della guerra − Tanti uomini sono privi della grazia. Come vivere senza la grazia?».



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