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CAMUS/ Come si fa a vivere senza la grazia?

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Albert Camus (Immagine d'archivio)  Albert Camus (Immagine d'archivio)

Il 14 gennaio 1960 l'automobile guidata da Michel Gallimard si schiantava contro un albero lungo la Nazionale 5, nel tratto Sens-Parigi. Nella vettura, una potente Vacel Vega sportiva, viaggiava anche Albert Camus il quale moriva sul colpo. Si concludeva così, tragicamente, l'esistenza di uno scrittore la cui opera filosofico-letteraria aveva permeato profondamente e fatto discutere a lungo la generazione del secondo dopoguerra. Poco tempo prima di morire, nel dicembre del '57, aveva ricevuto a Stoccolma il Premio Nobel per la letteratura.

Camus era nato il 7 novembre 1913 a Mondovì in Algeria da una famiglia di modeste condizioni. Il padre, Lucien, morirà nel 1914 nel corso della Grande Guerra; il piccolo Albert rimase con la madre e con la nonna. L'infanzia trascorre tra i quartieri popolari di Algeri, dove la famiglia allora abitava, in un clima di povertà ma anche di spensieratezza e di gioco. Più tardi, ricordando quel periodo, dirà che la povertà «non è mai stata una disgrazia per me: la luce vi spandeva le sue ricchezze» e poi «mare e sole in Africa non costano niente». La lezione che ne aveva tratto era quella di una vita posta a metà strada tra la miseria e il sole: «La miseria mi impedì di credere che tutto sia bene sotto il sole e nella storia; il sole mi insegnò che la storia non è tutto». 

In questa duplicità, nell'oscillare tra i due poli dell'esistenza, è già prefigurato il motivo che sarà al centro di tutta l'opera di Camus: il sì alla vita nella consapevolezza del limite definitivo rappresentato dalla morte. Su questo connubio, teso e drammatico, di felicità e di morte, peseranno certamente le letture giovanili: il Gide di Les Nourritures terrestres, Jean Grenier di Les Iles, così vicino a Gide, e poi Malraux e Nietzsche con la loro stoica accettazione di un'esistenza in sé priva di senso. Questi autori non solo lo inizieranno alla letteratura ma lo influenzeranno anche in modo decisivo. È mediante quelle letture che la «religione della felicità» - la quale guarda al mare, al sole e, miticamente, all'Elleade, - si afferma come orizzonte ultimo. La nostalgia della Grecia, confusa con l'ideale «mediterraneo» ove la natura benigna conferisce agli uomini l'idea di limite e di misura, è ben presente nella riflessione di Camus. Per questo pagano che ama la terra come la patria definitiva, l'amore alla vita non viene meno neppure dopo l'attacco di tubercolosi che lo colpisce per la prima volta nel dicembre 1930 e lo porrà, drammaticamente, di fronte alla possibilità della sua morte. La malattia, che lo accompagnerà sempre, acuisce anzi in lui la percezione della bellezza, fugace ma splendida, che illumina l'esistere in attimi che paiono eterni.

«Ho desiderato di essere felice, come se non avessi altro da fare»: «Tutto il mio regno è di questo mondo», così scriverà nel 1932. A quegli anni appartiene la stesura de Il rovescio e il dritto e Nozze pubblicati, rispettivamente, nel 1937 e 1939. 



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