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LETTURE/ Finkielkraut, il racconto di un imprevisto vale più di mille teorie

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Forse è utile tornare ad Alain Finkielkraut per indagare le ragioni profonde del clima di assoluto "sospetto" che regna sia nei rapporti di politica internazionale (lo scandalo delle intercettazioni telefoniche compiute dai servizi statunitensi americani ne è solo l'ultimo esempio), che nelle nostre fragili esistenze segnate da una congenita incapacità di apertura all'altro.

Finkielkraut è sicuramente una delle voci intellettuali più interessanti del panorama europeo, estremamente originale nel maturare un pensiero che nasce dall'incontro ideale con le posizioni di Hanna Arendt, Charles Péguy e Emmanuel Lévinas, autori lontani per formazione intellettuale e convizioni religiose ma uniti dal medesimo accorato appello al rispetto per l'alterità del "dato" reale e per l'irripetibilità del singolo individuo, entrambi unici antidoti alla ricaduta nella deriva totalitaria della ragione occidentale.

In L'umanità perduta, Finkielkraut – sulle orme della Arendt – individua l'origine della violenza totalitaria del '900 nella "vertiginosa assenza di scrupoli nei confronti del dato". La costruzione del "nemico", il topos dell'ebreo eterno cospiratore da annientare, affonda le radici nel rifiuto della realtà così come essa si mostra nella sua nudità. Quando il dato è azzerato, la politica si riduce a terreno di scontro tra volontà conflittuali. E con la realtà si polverizza anche la categoria di "impossibilità": se la storia è lo scontro tra poteri "non ci sono limiti oggettivi al fattibile, ci sono soltanto resistenze oggettive e quindi eliminabili". Questo spiega perché – come indica la Arendt– il "risentimento" sia la disposizione affettiva caratteristica del moderno nella misura in cui esso è "libero dalla realtà". Come è possibile allora recuperare un contatto con il dato reale ed abbracciare la sola alternativa valida al nichilismo del risentimento, ovvero la gratitudine?

È a questo punto che Finkielkraut reincontra Péguy e Lévinas. La riflessione di Péguy sulla categoria di avvenimento – unita alla sua traduzione filosofica nell'"etica del volto" di Emmanuel Lévinas – è lo strumento utilizzato da Finkielkraut per scardinare l'autoreferenzialità del moderno. È soltanto un "avvenimento", qualcosa di imprevisto che irrompe dall'esterno che è in grado di sgretolare le astrazioni del pensiero e consente di riprendere il contatto con la realtà. Per Lévinas l'etica ha origine nell'incontro con il "volto" dell'altro che, nella sua radicale "nudità" ed "eccedenza" rispetto all'immagine sensibile, impone a ciascuno l'assunzione di responsabilità nei suoi confronti.

Ecco perché come ricorda Finkielkraut, per Lévinas, l'"etica è anzitutto un avvenimento". Consapevole della "carnalità" dell'avvenimento, Finkielkraut non cade mai nell'errore di elaborarne una teoria ma si sofferma nel raccontare come l'imprevisto sia accaduto concretamente nella vita di qualcuno. 



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