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RUSSIA/ La verità di papa Francesco alla "prova" di Oriente e Occidente

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Andrej Rublëv, Cristo Salvatore (Immagine d'archivio)  Andrej Rublëv, Cristo Salvatore (Immagine d'archivio)

Non c'è miglior chiosa al tema del convegno scelto quest'anno dalla Fondazione Russia Cristiana – "Identità, alterità, universalità" – dell'incredibile passaggio di Papa Francesco, nella sua lettera a Scalfari, sulla verità come "relazione". "Tant'è vero – soggiungeva il Papa – che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt'altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita".

Ma se questo è vero, l'identità, l'autocoscienza dell'uomo può crescere e maturare solo grazie alla presenza dell'"altro", attraverso il "rischio" di un'apertura a ciò che accade e si affaccia all'orizzonte della storia personale e della grande storia. Per ritornare alle parole di Francesco: "La verità essendo in definitiva tutt'uno con l'amore, richiede l'umiltà e l'apertura per essere cercata, accolta ed espressa". Il mondo di oggi è un campo di battaglia in cui si fronteggiano una continua riduzione della verità a un'idea cristallizzata (diciamo pure all'ideologia), e improvvise, insperabili riaperture all'esperienza della verità come rapporto, legame. Solo poco tempo fa abbiamo assistito al miracolo della fede di Papa Francesco, che ha saputo scuotere il mondo alla vigilia dell'ormai imminente attacco alla Siria, favorendo l'aprirsi di nuovi scenari politici internazionali in cui la Russia di Putin ha svolto un ruolo di grande responsabilità, e in ogni caso di primaria importanza.

In questo contesto, abbiamo voluto interrogarci su che cosa significa avere un'identità (religiosa, nazionale, culturale), per superare i luoghi comuni, gli stereotipi a cui il concetto di "identità" oggi è sovente legato, vissuto com'è con scetticismo, oppure come arroccamento e difesa a oltranza. In Occidente l'identità, l'appartenenza (religiosa, nazionale ecc.) viene relativizzata, respinta in quanto sentita come un'ideologia o un'imposizione. In Russia, dove la patria è un moloch e la Chiesa spesso tende a confondersi con la nazione, l'identità si regge su una posizione difensiva, sull'individuazione del "nemico" che la mette a repentaglio, sull'accusa e la denigrazione di tutto ciò che le contravviene. Ciò che accomuna questi due atteggiamenti, che sembrerebbero diametralmente opposti, è un'esasperata individualità, una difesa ad oltranza del proprio spazio privato e, paradossalmente, proprio di quella verità "assoluta" ripudiata a sorpresa da Papa Francesco "nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione".

Le giornate del Convegno tra Milano e a Mosca vogliono appunto recuperare il significato originario dell'identità, testimoniare come persona e popolo trovino compimento solo nel superamento del proprio individualismo, nell'incontro con l'altro, nello spazio dell'esperienza e in una dimensione universale, perché quest'ultima è la sola realmente umana, propria della natura umana. 



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