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9 OTTOBRE 1963/ Vajont: lo sbaglio, l'orgoglio e la colpa

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A Longarone si scava dopo la tragedia del Vajont (Immagine d'archivio)  A Longarone si scava dopo la tragedia del Vajont (Immagine d'archivio)

Sul terremoto i friulani hanno ricostruito, pochi anni e chilometri in là; anche Longarone e i paesi sconvolti (Erto, Casso, Pirago, Maè, Rivalta, Villanova, Faè, Codissago, Castellavazzo) sono stati rimessi in piedi; ma la gente no. Al contrario di chi si è salvato dalla tragedia della terra, questi uomini travolti dall'acqua restano monchi, ancora deformati dalla cicatrice di una ferita infetta. Si avverte chiaro un aleggiare di rabbia, di umiliazione, di rimpianto. Di scuse mai porte, ingiustizie umane.

La diga ha retto; sta lassù esposta come un monito pieno del monte Toc, che ha rifatto alberi e erba. 

Perché il Vajont è pieno di tutte le contraddizioni umane, il successo, lo sbaglio, l'orgoglio, la colpa consapevole. 

La diga; architettura perfetta, tanto che il responsabile delle costruzioni idrauliche Alberico Biadene (poi condannato) si preoccupò di rassicurare subito con un cablogramma il direttore dei lavori Mario Pancini (poi suicidatosi) che la diga appunto aveva retto l'impatto nonostante l'enorme frana: era fatta bene, benissimo. 

La gente aveva bisogno dell'energia elettrica, l'Italia era in ripresa, risollevata dalla guerra. La tecnica ingegneristica italiana era all'avanguardia. 

La tecnica in sé però non basta: non è onnipotente; ma nemmeno colpevole.

L'intenzione, lo scopo, lodevole; fulcro di sviluppo della valle del Piave. Mentre si è rivelata il suo disastro. Il monte è franato. Lo portava nel nome. L'uomo lo sapeva e credeva di poterlo contenere, reggere, appunto. Ma la natura è potente, tanto: 50 milioni di metri cubi d'acqua si sono scatenati sulla vallata, la potenza energetica di due bombe atomiche. Questo non era previsto, la superbia di onniscienza è stata annichilita.

La diga avrebbe retto: non serve scatenare il panico, evacuare. Questa la grave colpa, il peccato mortale: che ha ucciso migliaia di poveri cristi innocenti.

Il silenzio, così italiano, ha ucciso, prima dell'acqua, prima della tecnica.

L'orgoglioso silenzio, che non è mai stato davvero processato, condannato. Confessato.

Il silenzio che esiste in quanto inconfessato.

Guardando i filmati dell'epoca, la cataste di nudi morti ancora più crudi in bianco e nero, per un attimo, mi sono venute in mente le foto dei campi di sterminio, quelle delle foibe; come tutte le stragi del mondo, tutte le fosse comuni, in tutti i continenti: il male che sacrifica donne, bambini, vecchi, che toglie loro i nomi. Morti annegati, adesso, ancora, nelle acque di un mare più caldo, a Lampedusa.

Restano come monito solo miseri resti dilavati, espiazione di peccati più grandi di loro, estranei a loro, restano come prove non più viventi ma terribilmente reali di ogni sopraffazione, sopruso, dominio. Sull'uomo e sulla sua natura, sulla Natura e sulla Storia.



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COMMENTI
07/10/2013 - Tutti ne fummo vittime (Francesco Giuseppe Pianori)

Che bell'articolo! L'ho letto fra le lacrime! Grazie