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9 OTTOBRE 1963/ Vajont: lo sbaglio, l'orgoglio e la colpa

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A Longarone si scava dopo la tragedia del Vajont (Immagine d'archivio)  A Longarone si scava dopo la tragedia del Vajont (Immagine d'archivio)

"Mamma, da noi c'è una diga?"
Sollevi la testa dal compito e mi butti la domanda con un gesto degli occhi; parole con un preciso peso specifico, mi raggiungono la zona d'allarme del cervello e allora anch'io alzo lo sguardo e ti aggancio agli occhi. La maestra ha parlato del Vajont a scuola, di quei 50 anni tra noi e il 9 ottobre, la commemorazione di una tragedia storica, un "disastro industriale" come dicono oggi.

Da noi ci sono dighe, amore mio, penso sospirando, viviamo in una regione alpina; e bacini d'acque, e tuo zio da ragazzo ha soccorso nel fango di Stava. La tua paura è piccola e puntuta, è una paura di bambino che ha bisogno che sua madre gli racconti una storia e con quelle parole gli lisci il pelo, lo riporti nella terra del conforto. Noi grandi abbiamo ascoltato tante volte quella storia, ci sono state puntate televisive, molte anche in questi giorni, testimonianze, lapidi, opere teatrali. Questo anniversario è come affondare la vanga e rivoltare una zolla di terra per ritrovare sotto ancora tutto un brulicare di vermi e di vita. 

Ho rivisto delle foto famose in bianco e nero, le primissime sul luogo del dolore, chi le ha scattate era un giovane di appena 25 anni, Vittorio Russo che ha confessato di aver selezionato le scene più accettabili, non se l'era sentita di immortalare i cadaveri gonfi d'acqua disseminati nudi a centinaia; il cuore pieno di rispetto e di sgomento. Erano in fondo tutti ragazzi anche i soccorritori, alpini di Belluno, si sono trovati a tirare fuori a mani nude la loro stessa gente, nonni, genitori, fidanzate, bocche piene di fango che avrebbero parlato con il loro uguale accento: veneto e povero. 

Drappelli di scout, volonterosi, a costruire bare di legno grezzo, la croce rossa impegnata a dare più nomi possibili affidandosi agli indizi affettuosi dei parenti, non aiutava allora il dna.

I racconti di quelli che hanno visto i morti sugli alberi, di quelli che non hanno mai avuto un corpo da seppellire, delle famiglie sparite intere; il numero dei seppelliti senza nome, il totale che lo sa solo chi ha incontrato le anime.

La desolazione gialla dell'alba del 10 ottobre spicca nei filmati e nelle facce di tutti quelli che ci sono stati, la manata potente dell'acqua ha tagliato le case come il burro un coltello e spianato la vallata del Piave, ha schiaffeggiato tutta Italia. Anche noi che stiamo ricordando. Ma è stata una mano piena di male.



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COMMENTI
07/10/2013 - Tutti ne fummo vittime (Francesco Giuseppe Pianori)

Che bell'articolo! L'ho letto fra le lacrime! Grazie