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LETTURE/ Karol Wojtyla, la patria e gli errori dei cattolici

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Karol Wojtyla quando era ancora cardinale (Infophoto)  Karol Wojtyla quando era ancora cardinale (Infophoto)

Dalle condanne dei primi pontefici dell'Età della Restaurazione, passando per il grido di dolore di papa Benedetto XV contro "l'inutile strage" che stava devastando l'Europa con la Grande Guerra, e sino alla resistenza di Pio XI e Pio XII contro il nazionalsocialismo (come forma più esasperata e radicale del nazionalismo integrale) il magistero solenne della Chiesa si è espresso con chiarezza inequivocabile nei confronti di questo rovesciamento di valori e di prospettive. Alla condanna del nazionalismo si accompagnava, allora, quasi sempre, anche quella dell'internazionalismo comunista. Il nazionalismo e l'internazionalismo hanno, poi, vissuto metamorfosi importanti, che non ne hanno peraltro mutato l'essenza. 

Proprio perché "di un paese c'è bisogno",  perché l'Uomo è un'astrazione se si prescinde dal fatto che, in quanto persona, si colloca sempre in un "qui ed ora", anche in questo caso bisogna stare attenti a non buttare via il bambino con l'acqua sporca, confondendo l'amor patrio con il nazionalismo integrale. Ciò è particolarmente vero soprattutto in tempi, come i nostri, in cui una parte della cultura cattolica corre il rischio di confondere l'universalità (l'apertura al mondo) con il mondialismo (la cancellazione della stessa nozione di appartenenza e identità patria). 

Dopo gli anni delle condanne "in negativo", il Concilio Vaticano II, con la Gaudium et Spes, ha dapprima posto le premesse per chiarire, in termini finalmente positivi, questa fondamentale distinzione, ma è soprattutto a papa Giovanni Paolo II che si deve una riflessione profonda e coerente su questi temi essenziali. Ce lo ricorda il bel libro di padre Aldino Cazzago, Giovanni Paolo II. "Ama gli altri popoli come il tuo!" (Jaca Book, Milano, 2013) che in tre capitoli, ben articolati, ripercorre le premesse storiche e culturali, l'idea di nazione e il "sogno" di un'Europa dei popoli che ha caratterizzato tutto il pontificato e il magistero di questo grande papa. 

Il primo capitolo del volume ripercorre, quindi, con sistematicità e ricchezza documentaria i dati storici e le esperienze biografiche che sono sottese alla nozione di "patria" caratteristica di Giovanni Paolo II. È quasi superfluo, in questa sede, ricordare che si tratta di una storia di legami e di relazioni, che costituisce l'humus essenziale dell'esperienza di fede del giovane Karol Wojtyla e che resta il suo punto di riferimento fondamentale. 

Ben oltre i suoi stessi fondamenti antropologici ("il paese" di cui si ha bisogno), l'idea di patria ha qui a che fare con la logica dell'Incarnazione: si tratta di un'esperienza che non può prescindere da questa particolare figliolanza, dall'"essere figli di una terra" e, allo stesso tempo, con una percezione della Chiesa come comunione viva, non semplicemente come istituzione giuridica. 



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COMMENTI
10/11/2013 - commento (francesco taddei)

il mondialismo è il pilastro che fonda oggi l'europa: la cancellazione dei legami interni dei popoli per fondere tutti in un relativismo senza legami. la comunità come insieme di uomini legati da parentela, storia, terra e cultura va difesa! e questo non significa oppressione. riguardiamoci cosa dice il catechismo sull'accoglienza: non è senza condizioni. la cittadinanza è un percorso. quando il santo padre esprimeva i suoi pensieri pensava a popoli che uscivano da un periodo tragico in cui si sono combattuti. oggi i popoli sono attaccati per essere annullati. e poi c'è una retorica troppo mondialista e piagnona nei cattolici italiani. chi difende la comunità (in modo analogo a come fanno gli altri paesi) viene chiamato estremista e non va preso in considerazione, anche dai prelati, invece di domandarsi quali sono le esigenze che li muovono. c'è una sola nazione in italia e non è italiana: gli abitanti dalla provincia di bolzano.