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LETTURE/ Tozzi, Deledda, Arpino, Morante: i "dannati" che tornano alla luce

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Come a dire: abbiamo avuto in casa una donna che scriveva con la violenza e l'ispirazione di McCarthy e ce ne siamo dimenticati, nonostante il Nobel del 1926… Era più attenta la critica coeva. Ecco, per esempio, cosa scriveva Emilio Cecchi sui personaggi della Deledda: "Un ineffabile tormento, una sorta di morbo sacro li isola, li consuma, li fa errare in pensieri malfermi, in azioni contraddittorie. Nel loro stato civile di gente di campagna, o passata alla piccola borghesia urbana, si covano in petto una psicologia alonare, tentacolare, benché siano capaci di discriminazioni sottilissime" (p. 19).

Filippo Battaglia è stato particolarmente abile nell'introdurci al "cantiere interno" e agli "umori" degli scrittori. Per esempio, nel capitolo "Longanesi: se la genialità muore dannata" ci troviamo di fronte a un uomo che scrisse pochissimi libri, ma che era dotato di un infallibile fiuto da talent scout. Battaglia ha recuperato il perché di questa "ipotrofia" narrativa: "Se vuoi raccontare qualcosa di organico, devi piegarti ogni tanto al banale. Perfino Tolstoj deve dire a un certo punto che Anna Karenina si alzò e andò ad appoggiarsi la fronte ai vetri della finestra. Ecco, io non sarò mai capace di seguire un'Anna Karenina in un movimento così ovvio e usuale. Che me ne frega, a me, che quella brava signora vada alla finestra? Anche la mia serva ogni tanto ci va. Eppoi dimentica di lavare i vetri. Eppure, se vuoi scrivere un romanzo, devi rassegnarti a seguirne i personaggi anche in queste faccenduole private. E io non mi ci rassegno" (p. 45).

Altrettanto efficace è il ritratto di Elsa Morante (1912-1985), del suo "sogno come esorcismo della menzogna". Il capitolo sull'autrice dell'Isola di Arturo (1957) e della Storia (1974) si apre con un citazione di Cesare Garboli che così metteva a fuoco l'"antro della scrittrice": "Scriveva chiusa e quasi segregata nella sua stanza; avendo per compagni un paio di gatti, la penna, la carta, l'inchiostro; e per compagni metaforici un alambicco e un globo di vetro. Lavorava arruffata e indemoniata come una strega, ma anche attenta, scrupolosa, assistita da quella grande capacità di astrarsi dal mondo e di stare assorte nel lavoro che avevano un tempo le sarte. Così le rughe si spianavano, il volto prendeva, per incanto, la freschezza del gelsomini, e la zingara diceva, ridendo, la ventura" (p. 78).

Giovanni Arpino (1927-1987) presagì presto "l'omertà letteraria" che lo circondava. Eppure era stato un Premio Strega nel 1964 con L'ombra delle colline, eppure Mario Pomilio aveva ribadito che, tra gli scrittori della sua generazione, era quello che "maggiormente aveva conservato fiducia nell'evidenza e per così dire nella eloquenza della realtà". 



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