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LETTURE/ Le due anime (fallite) di Berlusconi

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Silvio Berlusconi (Infophoto)  Silvio Berlusconi (Infophoto)

Dal 2001 al 2006 si sviluppa il "berlusconismo di governo". All'appuntamento del governo si presentano due elementi intrecciati: la leadership istintiva e movimentista di Silvio e le strutture politiche di Forza Italia, che tendevano ad una istituzionalizzazione. Era la promessa che "l'avvento di un nuovo e miracoloso leader politico-non-politico, alla guida di una nuova e miracolosa classe politica-non-politica avrebbe costituito la soluzione semplice e rapida per ogni problema". Di qui due punti di "fallimento": la riforma delle istituzioni. Spinto dalla pulsione populistica di immediatezza, non ha costruito le mediazioni politiche necessarie. Le istituzioni non sono mai diventate una priorità. L'altro punto è quello del rapporto tra Stato e società civile italiana. Berlusconi ha "finto" che la società italiana fosse già liberale. Ma nel mutato clima dei primi anni duemila, la finzione è svanita: "dopo centocinqunt'anni di ortopedia e di pedagogia, la società italiana era stracolma di Stato. Frenata, ingessata – ma pure aiutata, sostenuta, pagata dallo Stato". Per il populismo berlusconiano, sostanzialmente conservatore, l'Italia non doveva essere in alcun modo forzata. Per il liberalismo berlusconiano rivoluzionario occorreva un'imponente opera di smantellamento dello Stato. Per fare questo, doveva però offendere gli interessi del populismo conservatore; occorrevano tempi lunghi di mediazione politica. Se non ortopedica, almeno pedagogica. Ma qui la componente leadership e la componente "partito" sono andate in conflitto: il leaderismo non ha prodotto istituzioni, partito, nuova classe dirigente; Berlusconi non ha mai avuto la minima intenzione di far crescere la sua creatura-partito fino a renderla indipendente dal suo creatore. Per descrivere questo rapporto, Orsina cita Ovidio: "nec sine te nec tecum vivere possum".

Tra il 2005 e il 2006, la fine del berlusconismo? A partire dalla sconfitta nella campagna elettorale per le europee, Berlusconi cambia tono: di fronte all'inconcludenza relativa del proprio governo, assume un tono giustificatorio e recriminatorio. Si passa "dal sogno alla paura". Nella campagna elettorale del 2006, l'accento non è più sul proprio  programma, ma sulla paura che tornino gli altri. È, secondo Orsina, questo il periodo della cesura della parabola berlusconiana. L'emulsione si scinde, la componente populista si separa nettamente da quella liberale. Con ciò finisce il berlusconismo, nonostante la vittoria elettorale del 2008, dovuta all'astensionismo asimmetrico, che ha penalizzato di più il centro-sinistra. Il Paese che era pensato spontaneamente liberale diventa "un Paese di m...".

2006-2011: Berlusconi senza berlusconismo. Per la prima volta nel 2008 i moderati sono diventati più statalisti e i progressisti meno. Ciò poteva costituire il presupposto per la piena trasformazione del berlusconismo in una forza politica moderata, popolare, pragmatica, di establishment. Ma la leadership di Berlusconi, "esaurita la sua funzione propulsiva, ha finito per svolgere una funzione più nichilista che autenticamente rivoluzionaria". Invece di istituzionalizzare il berlusconismo lo ha de-istituzionalizzato. 



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