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LETTURE/ Le due anime (fallite) di Berlusconi

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Silvio Berlusconi (Infophoto)  Silvio Berlusconi (Infophoto)

Terza e ultima parte della sintesi dedicata all'ultimo lavoro di Giovanni Orsina, "Il berlusconismo nella storia d'Italia" (Marsilio, 2013). La prima puntata è uscita il 2 novembre, la seconda il 6 novembre.

(…) Orsina delinea un profilo di elettorato tripartito: "i politici attivi", cioè una componente di elettorato socialmente e culturalmente centrale, competente e interessato alla politica; "gli impolitici attivi", elettori centrali, ma  convinti che non valga troppo la pena di perdere tempo con la politica; "gli impolitici passivi", elettori socialmente e culturalmente periferici, che non dispongono di strumenti cognitivi. Il che dovrebbe indurre analisti e politologi a riconsiderare senza filtri di parte chi è il civis nobilis e chi il civis marginalis. 

"Se in una società politica secolarizzata il 'buon elettore' è quello che per un verso capisce di politica, per un altro è sufficientemente scevro da pregiudizi e appartenenze da spostare laicamente il proprio voto a seconda dei programmi e delle performance di governo, allora in Italia sono meno del 5%". La fortuna elettorale di Berlusconi è consistita nella sua capacità di pescare nell'elettorato "impolitico", meno irrigidito in opzioni aprioristiche. Dunque, anche l'elettorato di Berlusconi è… intelligente! Dal punto di vista di questo elettorato, Berlusconi è riuscito ad intrecciare la linea di continuità dell'anticomunismo e quella dell'antipolitica, ambedue radicati nella società italiana. Rispetto a quanti tendono a spiegare il successo di Berlusconi con la potenza dei mezzi e con le tv commerciali, Orsina sottolinea due aspetti: i contenuti del suo messaggio e il suo radicamento nella storia italiana di lungo periodo. Da questo punto di vista la parabola ascendente/ discendente del berlusconismo è divisa in cinque segmenti temporali. 

Il 1994 apre la fase del "berlusconismo d'assalto": si scontra subito con la resistenza virulenta di élite pubbliche "formatesi all'interno di una tradizione ortopedico-pedagogica e abituate da decenni a considerarsi guide 'moderne' di una società arretrata", che non potevano sopportare il radicale rovesciamento di paradigma operato da Berlusconi. E ancora meno lo potevano sopportare le élite intellettuali (giornalisti, insegnanti, scrittori, registi, burocrati ecc...), convinte della propria superiorità etica. Al punto che per abbatterlo si era giustificati a subordinare istituzioni e legalità a quell'obiettivo, benché fosse quella stessa l'accusa mossa a Berlusconi. L'intera macchina pubblica è contro. E, a maggior ragione, la magistratura, trasformatasi, almeno in parte, in un clan di difesa di interessi di casta. Alla quale, peraltro, Berlusconi stesso ha fornito buoni argomenti non solo con i suoi comportamenti, ma, soprattutto, con ripetute leggi ad personam.

Dal 1996 al 2001 è "berlusconismo di consolidamento" e di radicamento del berlusconismo. Forza Italia si trasforma in partito territoriale. Ma con ciò si apre il processo di "democristianizzazione" sia sul piano organizzativo (vedi alla voce Scajola) sia sul piano ideologico: spostamento dal polo liberale e liberista verso quello conservatore e cattolico. Come spiega Giuliano Urbani, teorico dell'intero progetto berlusconiano e fondatore di Forza Italia, riemergeva la prima Repubblica in Forza Italia. 



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